Questa settimana la volatilità si è fatta particolarmente intensa, con le notizie geopolitiche che continuano a dominare le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Gli investitori cercano di riesaminare le crisi passate per valutare la probabile durata delle ampie oscillazioni dei mercati e anticiparne la possibile inversione. A medio termine un fattore cruciale per gli asset rischiosi globali resta però la prospettiva di un aumento dei tassi di riferimento da parte delle principali banche centrali e la revoca della liquidità dell’emergenza pandemica.

Fonte: Bloomberg, BNP Paribas Asset Management; febbraio 2022
Gli investitori sono sempre più convinti che le principali banche centrali di Europa e Stati Uniti interverranno per contrastare l’aumento dell’inflazione, salita a un massimo pluridecennale del 5,1% a gennaio nell’Eurozona e spintasi addirittura oltre il 7,0% negli USA, segnando anche qui un record in svariati decenni.
Un mercato del lavoro contratto è uno dei motivi delle pressioni inflazionistiche, che hanno spinto le banche centrali a passare da una graduale normalizzazione delle politiche a un giro di vite alquanto aggressivo.
Un’altra ragione del rincaro dei prezzi è da ritrovarsi nel maggior costo dell’energia e di altre materie prime, ora che i mercati temono una riduzione delle forniture dovuta al conflitto sul confine orientale dell’Europa.
Occhi puntati sui prossimi aumenti dei tassi…
La BCE ha fatto sapere di non essere più così disposta a tollerare un incremento dell’inflazione, il che potrebbe accelerare il ritmo di abbandono della politica dell’era pandemica. Il Consiglio direttivo ha adottato toni più aggressivi e l’attenzione riservata alla flessibilità e all’opzionalità suggerisce che, in caso di necessità, la BCE potrebbe agire ad ogni riunione in qualunque direzione.
Rispetto allo scorso dicembre, a gennaio la presidente della BCE Christine Lagarde si è detta più preoccupata per l’inflazione, sottolineando che il rischio di aumento dei prezzi sarebbe orientato al rialzo. Ha inoltre dichiarato che l’inflazione si starebbe avvicinando al target della BCE, non escludendo la possibilità di un incremento dei tassi d’interesse già quest’anno.
Di conseguenza, il nostro team di ricerca macroeconomica ha anticipato le previsioni riguardo alla fine del programma di acquisto di asset della BCE (APP) dal primo trimestre del 2023 al prossimo settembre, aggiungendo un aumento dei tassi di 25 pb a dicembre (in precedenza il primo intervento era stato previsto nel quarto trimestre 2023). Ora si stimano tre aumenti di 25 pb nel 2023, che porteranno entro l’anno il tasso di deposito allo 0,5%.
…o persino sul superamento della politica monetaria
Negli Stati Uniti, la forte inflazione dell’indice dei prezzi al consumo di gennaio ha alimentato la paura del mercato di una stretta più aggressiva da parte della Federal Reserve. Alcuni investitori temono ora che l’eccessivo inasprimento della Fed possa compromettere la crescita del PIL, soprattutto se la politica fiscale non sarà più così favorevole come lo scorso anno. Gli indicatori delle condizioni finanziarie statunitensi sono peggiorati, primo fra tutti il tasso dei mutui ipotecari, che rappresenta probabilmente il più importante canale di trasmissione della politica monetaria all’economia nazionale.
Dai verbali della riunione del FOMC della Fed emerge come le autorità politiche siano pronte a revocare “presto” le misure accomodanti di politica monetaria – un giro di vite che sarà comunque più repentino rispetto al ciclo del 2015. Al contrario, i verbali non specificano se il rialzo dei tassi previsto per marzo sarà di 25 o 50 pb, anche se il tono è coerente con l’immagine di una Fed “agile”.
Dal canto nostro ci aspettiamo che la Fed inizi ad aumentare i tassi di 25 pb a marzo, con la possibilità di ulteriori incrementi ad ogni riunione del FOMC di quest’anno.
La Cina segue un’altra rotta
Mentre l’inflazione nei mercati sviluppati è salita a massimi pluridecennali, il tasso in Cina ha continuato a scendere, con quello CPI di gennaio aumentato solo dello 0,9%. Al momento l’inflazione cinese è la più bassa dell’intera regione asiatica, e quella dei prezzi alla produzione è addirittura in rapido calo.

Di conseguenza il divario nell’inflazione dei prezzi al consumo tra la Cina e gli Stati Uniti si è ampliato a -6,6 punti percentuali – il maggior livello mensile negativo dai primi anni ‘80.
Questo sottolinea la divergenza nella politica monetaria tra le più grandi economie del mondo. Per far fronte a una crescita fiacca, la People’s Bank of China ha annunciato un ulteriore allentamento politico, mentre il governo starebbe persino ripensando alla regolamentazione del mercato immobiliare e all’approccio “Covid zero”.
Il conto capitale chiuso della Cina dovrebbe contribuire a limitare l’impatto di questa divergenza politica sul renminbi. La valuta ha smentito le aspettative del mercato secondo cui una contrazione dello spread di rendimento Cina-USA l’avrebbe indebolita.
In effetti, la banca centrale è intervenuta di recente sul mercato dei cambi per frenare la forza del renminbi, il che sta riversando ulteriore liquidità nel sistema cinese, rafforzando altre misure di allentamento politico volte a stimolare la crescita.
Mentre il mercato azionario statunitense è chiamato ad affrontare il giro di vite annunciato dalla Federal Reserve per i prossimi mesi, le azioni cinesi sembrano destinate a godere ancora per un po’ di un quadro di liquidità favorevole, che dovrebbe aiutare il mercato a riprendersi.
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