Gli ultimi aggiornamenti sugli utili e i dati economici più recenti si sono allineati, permettendo agli investitori di partire per le vacanze estive con il cuore per lo più leggero. Le ragioni di questo clima di relativa calma sono diverse – e a nostro avviso non si tratta di compiacenza, ma di una condizione giustificata.
Gli indici della volatilità attesa dei mercati hanno continuato a scendere dopo il picco registrato nel cosiddetto “Giorno della liberazione”. Oggi si collocano vicini ai minimi dell’anno e al di sotto delle medie storiche di lungo periodo (si veda Grafico 1).

Inflazione USA poco influenzata dai dazi
I dati di luglio sull’indice dei prezzi al consumo (CPI) negli Stati Uniti hanno rassicurato gli investitori circa l’impatto dei dazi sulle importazioni sui prezzi al dettaglio. Nonostante molti osservatori abbiano ripetutamente affermato che i consumatori avrebbero finito per pagare le tariffe imposte dall’amministrazione Trump, finora ci sono poche prove in tal senso.
Stimiamo che il governo statunitense sia sulla buona strada per incassare circa 177 miliardi di dollari in più di dazi doganali rispetto a quanto avrebbe fatto se le tariffe non fossero state modificate. Dal “Giorno della liberazione”, secondo i nostri calcoli, le stime di consenso sugli utili societari (sia negli USA che a livello globale) sono scese di circa 152 miliardi di dollari.
In gran parte, sono state le aziende a sostenere i costi dei dazi, dovendo importare negli Stati Uniti beni più costosi. Hanno cercato di trasferire tali costi aggiuntivi ai consumatori, ma l’aumento dei prezzi dei beni è solo leggermente più veloce rispetto al periodo precedente all’imposizione delle tariffe.
L’aumento complessivo per i consumatori è stimato al massimo in circa 20 miliardi di dollari. Sebbene la cifra possa sembrare elevata, il consumo mensile di beni ammonta a 1.700 miliardi di dollari: i costi extra legati ai dazi rappresentano quindi appena lo 0,6% del consumo di beni e una quota ancora minore del consumo totale.
Le imprese probabilmente cercheranno di trasferire una quota maggiore dei costi ai consumatori, ma dovranno anche fare i conti con margini potenzialmente più bassi in modo permanente, almeno finché non riusciranno a rifornirsi con input e beni prodotti negli Stati Uniti anziché importati.
Con le recenti revisioni al ribasso dei dati sull’occupazione non agricola e due rilevazioni consecutive sull’inflazione in linea con le attese di mercato, aumentano le probabilità che la Federal Reserve decida di tagliare i tassi di riferimento già a settembre.
Utili del secondo trimestre migliori del previsto
La stagione degli utili del secondo trimestre è andata meglio del previsto, anche se non tutti i dati pubblicati sono stati positivi. I tassi di crescita annua degli utili, in termini assoluti, per l’indice Russell Value statunitense e per l’Europa sono stati deboli, ma non così negativi come si temeva.
Il dato complessivo del +10,8% di crescita annua degli utili per lo S&P 500 nasconde il fatto che il progresso sia dovuto soprattutto alle società quotate al NASDAQ, mentre la componente “value” di questo ampio indice ha registrato guadagni minimi.
I profitti del settore tecnologico continuano a essere sostenuti dagli investimenti legati all’intelligenza artificiale, risultando relativamente protetti dall’impatto dei dazi sulle importazioni; i ricavi del comparto provengono infatti più dai servizi che dai beni.
Al contrario, la parte “value” dello S&P 500 ha sofferto per la maggiore incidenza, nell’indice, dei settori petrolifero, automobilistico e della sanità gestita. I risultati dei primi due comparti hanno pesato in modo significativo anche sull’andamento complessivo delle azioni europee (si veda Grafico 2).

Forse ancora più rilevante dei tassi di crescita assoluti è stata l’entità delle sorprese sugli utili. Di norma, i risultati effettivi superano le stime di consenso del 3-4%, poiché le aziende tendono a orientare al ribasso le previsioni degli analisti prima delle call sugli utili e poi, “miracolosamente”, riescono a battere quelle attese ridotte.
In questa stagione, le sorprese sono state comprese tra il 5 e il 10%, il che suggerisce che le previsioni degli analisti di un impatto fortemente negativo dei dazi sugli utili fossero eccessivamente pessimistiche.
Ciò non significa che l’impatto sia stato nullo – le stime sugli utili sono state riviste al ribasso in modo significativo dopo gli annunci di dazi del “Giorno della liberazione”. Ma, alla fine, l’effetto è stato meno grave di quanto temuto.
Indici dei responsabili degli acquisti e commercio
A luglio, il messaggio proveniente dagli indici dei responsabili degli acquisti (PMI) è stato simile a quello dei mesi precedenti: il settore dei servizi continua a reggere, mentre quello manifatturiero resta in difficoltà. Il numero di dati migliori del previsto e peggiori del previsto è stato sostanzialmente equilibrato.
Gli ultimi PMI pubblicati riguardano zona euro, Italia e Spagna (si veda Grafico 3). I buoni risultati del settore dei servizi in Italia e Spagna sono stati compensati da dati più deboli in Germania e Francia, portando la lettura complessiva dell’Eurozona leggermente sotto il consenso, a quota 51,2.

Forse la sorpresa maggiore delle rilevazioni PMI di luglio è arrivata dall’indice Caixin del settore servizi cinese. L’indicatore è salito da 50,6 a 52,8, contro attese di un calo a 50,4. Il dato è stato inoltre nettamente migliore rispetto al PMI ufficiale dei servizi, fermo a 50,1.
Sorprendente è stato anche il ritmo sostenuto di crescita di importazioni ed esportazioni del paese. Questo lascia intendere che i dazi statunitensi non abbiano ancora intaccato la vitalità manifatturiera della Cina. L’aumento dell’attività può essere in parte spiegato dalle operazioni di “front-running” (spedizioni anticipate per evitare dazi futuri). Le esportazioni verso gli Stati Uniti sono comunque diminuite del 22%, in linea con i cali degli ultimi tre mesi.
Il motivo per cui le esportazioni totali sono cresciute è che le spedizioni verso l’Europa sono aumentate del 9%, mentre gran parte del calo verso gli USA è stata compensata da maggiori vendite verso i paesi ASEAN. Le importazioni statunitensi dalla regione ASEAN sono cresciute in misura analoga (si veda Grafico 4).
Nonostante ciò, le prospettive per la manifattura cinese restano complesse: è improbabile che il “front-running” prosegua allo stesso ritmo. Molto dipenderà dall’esito dei negoziati commerciali tra Stati Uniti e Cina. Gli USA sono consapevoli del fenomeno del trans-shipment e cercheranno di limitarlo, mentre l’Europa teme di diventare il mercato di sbocco per l’eccesso di produzione cinese.
