Gli investitori sembrano ipotizzare prospettive più favorevoli per gli asset rischiosi. L’indice S&P 500 ha registrato un rialzo di oltre il 20% rispetto ai minimi dello scorso ottobre. In effetti, nell’ultima settimana, c’è stata una compressione dei premi al rischio associati agli spread del credito US, alle azioni e alla volatilità. A nostro avviso, però, la propensione al rischio è eccessiva. Riteniamo invece giustificata un’esposizione più difensiva.
La pausa della Fed offre spunti di riflessione
Gli investitori hanno continuato a riflettere sulla pausa nell’inasprimento della politica monetaria annunciata dalla Federal Reserve statunitense dopo 10 rialzi consecutivi dei tassi. I dati pubblicati a seguito della riunione della Fed hanno mostrato un forte calo delle aspettative inflazionistiche dei consumatori intervistati dall’Università del Michigan.
Le stime di inflazione su base annua sono scese dal 4,2% di maggio al 3,2% di giugno, suggerendo che le preoccupazioni dei consumatori per un’inflazione ostinata si stanno attenuando. Le previsioni inflazionistiche sono leggermente calate anche sul lungo termine dal 3,1% di maggio al 3% di giugno. Questi dati sostengono l’ipotesi di un’imminente pausa da parte della Fed.
Ciononostante, l’ultimo “dot plot” delle proiezioni dei responsabili politici della Fed ha mostrato un forte consenso sul fatto che quest’anno serviranno altri due rialzi dei tassi per riportare l’inflazione verso il target del 2%.
Dal canto suo, il presidente Powell ha ridimensionato alcuni aspetti del dot plot in occasione della conferenza stampa del 14 giugno, dopo la riunione del Federal Open Markets Committee (FOMC).
Successivamente, il 21 giugno, nella prima parte del suo rendiconto semestrale al Congresso, Powell ha ritrovato toni equilibrati, che i mercati probabilmente interpreteranno come la conferma di un’imminente fine del ciclo di inasprimento monetario. I commenti del Presidente sono stati sostanzialmente simili a quelli espressi durante la conferenza stampa post-FOMC di giugno, e l’approccio non è sicuramente più aggressivo.
Il nostro team di ricerca macroeconomica prevede un ulteriore intervento della Fed, che porterà il tasso sui fondi federali al 5,50% a luglio. Successivamente, i nostri esperti si aspettano un primo taglio ai tassi a dicembre, con ulteriori interventi in tal senso nel 2024, quando l’economia statunitense entrerà in una lieve recessione.
Ancora falchi alla BCE
Come previsto, la scorsa settimana la Banca Centrale Europea ha alzato il tasso di riferimento al 3,50% dal 3,25%. La riunione del Consiglio direttivo sarebbe passata in sordina, se solo la BCE non fosse intervenuta sulle previsioni, aumentando la stima sull’inflazione core dello 0,5% per il 2024 e quella sull’inflazione primaria al 2,2% nel 2025.
Alla base di queste correzioni sembrano esserci i costi unitari del lavoro, il che suggerisce un certo grado di “ostinazione” delle previsioni. Difficilmente quindi l’opinione della BCE sull’inflazione core cambierà entro settembre.
Di conseguenza, alcuni osservatori ritengono che la precedente previsione di un ulteriore rialzo dei tassi a luglio rappresenti più un punto di partenza che un arrivo. In tal senso, hanno alzato le previsioni sul tasso terminale di questo ciclo al 4%, con un ulteriore aumento di 25 pb probabile a settembre.
Secondo il nostro team di esperti macroeconomici, la BCE apporterà un altro incremento a luglio, raggiungendo un tasso terminale del 3,75%, per poi tagliare i tassi a partire dal primo trimestre del 2024.
L’inflazione britannica sorprende ancora al rialzo
Il Comitato per la politica monetaria (MPC) della Bank of England si è riunito il 22 giugno e i mercati finanziari si aspettavano un rialzo dei tassi di 25 pb. L’approccio aggressivo era ormai scontato e in effetti la Banca d’Inghilterra non si è smentita, alzando il tasso di riferimento di 50 pb al 5%, il livello più alto dal 2008.
È probabile quindi che dai verbali e dalle comunicazioni successive emerga la volontà del MPC di agire con decisione, lasciando intendere un ulteriore inasprimento a breve termine. Prima della riunione del MPC, sembrava che la maggioranza degli investitori si aspettasse un aumento dei tassi di un quarto di punto, anche se la probabilità di un rialzo dello 0,50% era salita dopo gli ultimi dati sull’inflazione nazionale, dimostratasi ostinatamente elevata.
I dati britannici di maggio, pubblicati il 21 giugno, hanno infatti evidenziato come l’inflazione sia rimasta più alta del previsto per il quarto mese consecutivo. Il tasso relativo ai prezzi al consumo (CPI) è salito dell’8,7% a maggio, come ad aprile, mentre quello core (ovvero esclusi generi alimentari ed energia) ha subito un’accelerazione inaspettata dal 6,8% al 7,1%.
È proprio questo significativo aumento dell’inflazione core che avrebbe colto di sorpresa il MPC, spingendolo a effettuare una manovra di 50 pb.
La Bank of Japan non retrocede nel controllo della curva dei rendimenti
La BoJ si è lasciata sfuggire l’opportunità di modificare il meccanismo di controllo della curva dei rendimenti durante la riunione politica della scorsa settimana, ma con l’inflazione nazionale che rimane elevata, la banca centrale dovrà verosimilmente rivedere al rialzo le stime inflazionistiche per l’intero 2023 nel rapporto di luglio, portandole dall’1,8% a circa il 2,5%.
Ciò significa che la prossima riunione della BoJ sarà probabilmente “in diretta”, con i mercati che si aspettano previsioni inflazionistiche più elevate accompagnate da un innalzamento del tetto di controllo della curva dei rendimenti dei titoli di Stato nipponici a 10 anni (JGB), dallo 0,5% all’1,0%.
Altrove in Asia, la riunione del Consiglio di Stato cinese del 16 giugno non ha fornito alcun dettaglio su possibili stimoli contro il rallentamento dell’economia. C’è stata solo una sorta di dichiarazione d’intenti sull’introduzione di misure “più incisive”. Per un’idea più chiara sul pacchetto di interventi bisognerà probabilmente aspettare la riunione del Politburo di fine luglio/inizio agosto.
Pochi titoli tecnologici trainano il rialzo delle azioni statunitensi
Nell’universo azionario statunitense, il settore tecnologico continua a registrare forti afflussi. Questo segmento infatti rimane uno dei preferiti dagli investitori, con le società tecnologiche ad ampia capitalizzazione che fungono da principale catalizzatore della ripresa su scala ristretta registrata quest’anno dalle azioni statunitensi.
Di conseguenza, la performance a tre mesi dello S&P 500 rispetto all’indice S&P Equal Weighted ha raggiunto livelli record. Ciò suggerisce che il posizionamento nel settore potrebbe essere “stiracchiato” (stretched).
L’aumento degli investimenti nei titoli tecnologici ha determinato un forte afflusso di fondi aggregati verso le azioni nordamericane, mentre l’Europa è rimasta indietro dopo 13 settimane di deflussi consecutivi.
Gli investitori cercano il rischio
Gli investitori sembrano ipotizzare prospettive più favorevoli per gli asset rischiosi. Lo S&P 500 ad esempio ha recuperato più del 20% dai minimi dello scorso ottobre (si veda Grafico 1). In effetti, nell’ultima settimana, c’è stata una compressione dei premi al rischio associati agli spread del credito US, alle azioni e alla volatilità.
Secondo il nostro team di gestione dei portafogli multi-asset, la propensione al rischio degli investitori è pressoché estrema, il che ci fa propendere per un’esposizione più difensiva.
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