Per molti economisti può essere rassicurante sapere che nemmeno l’intelligenza artificiale più avanzata riesce a prevedere le prossime mosse del presidente Trump in materia di dazi. Tuttavia, per gli investitori, l’incertezza non è affatto d’aiuto.
Venerdì 23 maggio, i mercati sono stati colti (ancora una volta) di sorpresa da un nuovo annuncio sulla politica commerciale statunitense: l’amministrazione americana ha minacciato di imporre dazi del 50% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, a partire già dal 1° giugno. Secondo Washington, i negoziatori europei non si stanno muovendo in buona fede e non meritano più la sospensione di 90 giorni sui dazi, concessa lo scorso 9 aprile.
Tuttavia, solo due giorni dopo, a seguito di un colloquio con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, Trump ha cambiato idea (di nuovo) e ha posticipato la scadenza: ora è fissata per il 9 luglio. L’obiettivo? Raggiungere un “buon accordo” commerciale con le autorità europee.
Nel frattempo, i colloqui tra Stati Uniti e Giappone stanno avanzando. Il Segretario al Tesoro americano dovrebbe partecipare alle discussioni bilaterali previste per questa settimana. Il Primo Ministro giapponese spera di ottenere un risultato concreto in occasione del vertice del G7, in programma in Canada dal 15 al 17 giugno.
Come interpretare la politica commerciale USA? Donald Trump sembra alternare approcci molto aggressivi e poi improvvisamente concilianti nei confronti dei partner commerciali degli Stati Uniti, nel tentativo di far progredire i negoziati. Difficile pensare che cambierà strategia, ma quando i mercati finanziari iniziano a vacillare e cresce la tensione, Trump tende a fare un passo indietro e ad allentare la pressione. Una strategia così imprevedibile comporta inevitabilmente una forte volatilità nei mercati.
La “One Big Beautiful Bill Act”
Come se le politiche protezionistiche non fossero già abbastanza per preoccupare gli investitori, anche il tema della sostenibilità del crescente debito pubblico americano sta tornando in primo piano – e potrebbe restarci per un bel po’.
Il 22 maggio, la Camera dei Rappresentanti ha approvato un disegno di legge che, se confermato, aumenterebbe ulteriormente il disavanzo di bilancio. La “One Big Beautiful Bill Act” (OBBBA), come l’ha soprannominata Donald Trump, punta a estendere i tagli fiscali del suo primo mandato oltre la scadenza attualmente prevista per il 2025. La proposta non è ancora stata esaminata dal Senato e ha ottenuto l’approvazione alla Camera per un solo voto (215 favorevoli contro 214 contrari).
Secondo le prime stime, il provvedimento di riconciliazione fiscale per l’anno 2025 porterebbe a un aumento del disavanzo primario statunitense di 2.500 miliardi di dollari nel prossimo decennio. Considerando anche gli interessi, il debito complessivo salirebbe di 3.100 miliardi.
Queste stime non tengono conto delle modifiche che potrebbero essere apportate al Senato, il che potrebbe obbligare a una nuova votazione alla Camera, con esiti tutt’altro che scontati.

L’effetto positivo di questo disegno di legge sulla crescita economica USA per quest’anno dovrebbe essere piuttosto contenuto rispetto all’ampiezza dell’aumento del deficit previsto. Ed è proprio questa sproporzione a far innervosire gli investitori nel mercato dei titoli del Tesoro americano. Negli ultimi giorni, le aste del debito pubblico hanno mostrato segnali di debolezza, in particolare quella dei titoli a 20 anni tenutasi il 21 maggio.

OBBBA versione 2?
I membri del Partito Democratico hanno già duramente criticato i tagli previsti alla spesa sociale e alla sanità, mentre diversi senatori repubblicani hanno avvertito che sarà necessario apportare modifiche sostanziali al disegno di legge proposto.
Alcuni deputati e senatori ritengono che i tagli alla spesa siano troppo contenuti. Altri temono che le aree colpite – come l’assistenza sanitaria (tramite Medicare), gli aiuti alimentari e sociali (tramite il programma SNAP – Supplementary Nutrition Assistance Program) e la transizione energetica – possano generare un forte malcontento tra gli elettori in vista delle elezioni di metà mandato previste per novembre 2026.
Un ulteriore rischio che potrebbe preoccupare sia i Repubblicani che i Democratici al Congresso è quello di una possibile recessione negli Stati Uniti, evento che solitamente ha pesanti ricadute sul mercato del lavoro. Per il momento, però, gli indicatori economici si mantengono rassicuranti. L’indice composito dei direttori degli acquisti (PMI) ha superato le aspettative del mercato grazie al miglioramento dell’attività sia nel settore manifatturiero (52,3) sia nei servizi (52,3). Tuttavia, a maggio, il valore complessivo dell’indice si è attestato a 52,1 – un livello inferiore rispetto al quasi 55 registrato nella seconda metà del 2024.
Gli indici che misurano le pressioni sui prezzi indicano una tendenza al rialzo. Nei prossimi trimestri, quindi, è ragionevole aspettarsi un’accelerazione dell’inflazione e un rallentamento della crescita economica. Una combinazione dovuta agli effetti dei dazi – che rappresentano uno shock negativo sull’offerta – e a un probabile calo della fiducia di imprese e consumatori, innescato dalle politiche di Trump.
Preoccupazioni per l’offerta di titoli di Stato e la politica monetaria?
Negli Stati Uniti si sta delineando una combinazione piuttosto insolita di fattori:
a) un livello di occupazione che si può considerare vicino alla piena occupazione,
b) un ampio disavanzo delle finanze pubbliche,
c) misure di politica economica in programma che non puntano a ridurre il deficit – pari già al 7,3% del PIL nel 2024, secondo i dati del FMI – né a stabilizzare la traiettoria fiscale del paese.
È comprensibile, quindi, che gli investitori inizino a interrogarsi sulla direzione della politica monetaria e sull’impatto che potrebbe avere l’aumento dell’emissione di titoli di Stato.
Una maggiore offerta di obbligazioni pubbliche, in un contesto in cui il debito federale è già elevatissimo, potrebbe anche risvegliare i cosiddetti “bond vigilantes” – investitori del mercato obbligazionario che protestano contro politiche fiscali o monetarie considerate troppo inflazionistiche vendendo in massa i titoli di Stato.
L’agenzia di rating Moody’s si è allineata alla realtà fiscale americana, abbassando il proprio giudizio sul debito USA da Aaa (con outlook negativo) a Aa1 (con outlook stabile). Una mossa che va semplicemente a colmare il divario rispetto alle valutazioni già espresse dalle altre due principali agenzie. Detto questo, vista la relativa scarsità di obbligazioni con rating AAA – che rappresentano poco più del 10% del mercato obbligazionario globale – un downgrade del debito statunitense non dovrebbe innescare vendite forzate di Treasury americani.

Una cosa di cui un investitore – vigilante o meno – sicuramente non ha bisogno, soprattutto quando sono in gioco le prospettive per il tratto lungo della curva dei rendimenti, è l’incertezza sul tratto corto. Quest’ultimo è infatti più sensibile sia alle decisioni (o aspettative) della banca centrale, sia alle eventuali preoccupazioni sull’autonomia della Federal Reserve nel definire la propria politica monetaria.
Su questo secondo aspetto, però, è arrivata una notizia in qualche modo rassicurante.
Il 22 maggio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha accolto la richiesta dell’amministrazione Trump di sospendere gli ordini emessi da giudici federali, che obbligavano i funzionari governativi a consentire la permanenza in carica di due membri del consiglio di due agenzie federali indipendenti: Gwynne Wilcox e Cathy Harris. Con questa decisione, la Corte ha di fatto autorizzato il presidente Trump a rimuovere questi due funzionari senza giusta causa.
Tuttavia, la Corte Suprema ha anche precisato che la struttura della Federal Reserve non è minacciata dalla sentenza, in quanto rappresenta “un ente unico nel suo genere, quasi privato, che segue la tradizione storica delle prime due Banche degli Stati Uniti”.
In breve: la sentenza che consente la rimozione dei funzionari delle agenzie senza giusta causa non si applica ai governatori della Fed.
Questa è una buona notizia per l’indipendenza della Fed e dovrebbe rassicurare gli investitori, o almeno non aumentare le loro preoccupazioni. Il presidente Trump ha più volte criticato pubblicamente il presidente della Fed, Jerome Powell, arrivando a ipotizzare la sua rimozione. Ma con questa sentenza, la Corte Suprema ha chiarito che Trump non ha il potere di farlo.
In tempi turbolenti, è sempre positivo sapere che almeno un elemento resta stabile.