Gli investitori pensavano che il peggio fosse passato, o credevano almeno di sapere cosa sarebbe successo, e invece sono sorte nuove sfide per gli asset di rischio.
Per la verità alcune di queste sfide sono solo iterazioni di problemi di più lunga data. L’ultima relazione sull’occupazione negli Stati Uniti ha rivelato una situazione più solida del previsto, che renderebbe ancora più probabile un aumento dei tassi d’interesse di 75 pb da parte della Federal Reserve alla prossima riunione sulla politica di dicembre. Inoltre, anche la data prevista per il “pivot” della Fed verso i tagli dei tassi d’interesse è slittata e il persistere di un’inflazione elevata ha consolidato la visione del mercato.
In Europa, invece, sono stati i dati deludenti sui prezzi al consumo a confermare un ormai diffuso rallentamento dovuto allo shock energetico, che sta spingendo la regione dritta verso la recessione (sempre che non sia già iniziata).
Preoccupazioni per i bilanci preventivi, non solo nel Regno Unito
La prima novità di quest’ultimo periodo è da ritrovarsi nella turbolenza dei mercati dei Gilt britannici, dove gli investitori hanno messo in dubbio 1) la capacità del governo di fornire una prospettiva di bilancio fiscalmente sana e 2) la volontà della Bank of England di continuare ad agire per scongiurare un aumento eccessivo dei tassi d’interesse sul mercato. Al momento della stesura del presente articolo, i rendimenti dei Gilt decennali erano tornati ai massimi recenti e la sterlina si era nuovamente indebolita.
Sebbene alcuni ritengano che i problemi di un mercato britannico improntato sullo schema del liability driven investing (LDI) siano specifici del Regno Unito (in particolare la leva finanziaria impiegata da molti fondi), ci sono state ricadute anche su altri paesi (si veda Grafico 1). Di conseguenza, soprattutto i rendimenti delle obbligazioni reali (e i titoli growth) hanno subito una rinnovata pressione.
Tuttavia, la situazione del Regno Unito potrebbe non essere così unica come gli investitori vorrebbero. Per quanto le circostanze attuali sembrino estreme, anche altri paesi stanno aumentando la spesa e i deficit di bilancio. La Germania, ad esempio, ha proposto di recente un pacchetto da 200 miliardi di euro per compensare gli effetti del forte rincaro dei prezzi energetici.
Tali azioni governative ostacolano gli sforzi delle banche centrali per contenere l’inflazione e potrebbero spingerle ad aumentare ulteriormente i tassi di riferimento per controbilanciare gli stimoli pubblici.
Riduzione della produzione di petrolio
La seconda novità per i mercati è stata la decisione dell’OPEC+ di ridurre la produzione di petrolio, invertendo la tendenza al ribasso dei prezzi del Brent. Negli ultimi tre mesi, il prezzo del Brent è sceso da 130 dollari al barile a quasi 82 dollari, offrendo una prospettiva di sollievo dall’inflazione. Dopo l’annuncio dell’OPEC+ però il costo è balzato a quasi 100 dollari al barile.
Non sorprende che il sentiment degli investitori rimanga negativo, sia che si misuri il rapporto put-call che quello bull-bear. Questo contesto potrebbe creare le giuste premesse per un rally (a breve termine), per il quale basterebbe anche solo qualche scintilla positiva. Una di queste potrebbe essere proprio l’imminente stagione degli utili negli Stati Uniti.
Di primo acchito, le prospettive non sono molto incoraggianti. Si prevede un aumento degli utili di appena il 2,2% rispetto al terzo trimestre del 2021. E anche questa cifra è parecchio gonfiata dagli utili del settore energetico (si veda Grafico 2). Escludendo questo segmento, infatti, si profila addirittura un calo del 5,5%.
Questi dati però sono ben “noti” al mercato, che quindi non dovrebbe lasciarsi trascinare al ribasso. Ciò che conterà di più sarà l’andamento degli utili rispetto alle stime degli operatori e le guidance delle società sui possibili sviluppi futuri. E a tale proposito, ci sono motivi di ottimismo su entrambi i fronti.
Un futuro più roseo nonostante tutto?
Come si evince dai dati recenti, la crescita economica degli Stati Uniti è rimasta solida. Quando la crescita è positiva, gli utili aziendali tendono a superare le stime di consenso, sebbene ciò dipenda spesso anche dalla “gestione” delle aspettative degli analisti da parte delle aziende. Negli ultimi mesi, infatti, le previsioni del consensus sugli utili per azione del terzo trimestre sono scese del 6%.
Le relazioni pubblicate dalle aziende inoltre evidenziano una domanda ancora elevata, che risulta difficile da soddisfare.
Pertanto non è così semplice anticipare le guidance: se è vero che la crescita attuale è vigorosa, siamo tutti consapevoli dei rischi di recessione. Non sorprenderebbe quindi se i dirigenti aziendali fossero cauti nelle prospettive, che comunque non dovrebbero scendere al di sotto della media.
Vale la pena ricordare che in genere solo il 23% delle società alza la propria guidance durante un trimestre. Il secondo trimestre era già stato caratterizzato da preoccupazioni simili per la recessione e la compressione dei margini, ma alla fine la quota di guidance positive era stata del 35%. Nel complesso, nonostante il recente avvertimento dell’americana FedEx, le previsioni sugli utili non sono molto peggiori di quelle elaborate nello stesso periodo dello scorso trimestre e del 2021.
In conclusione, il sentiment negativo e un catalizzatore positivo potrebbero sì innescare un rally azionario, ma a nostro avviso le prospettive a medio termine rimangono comunque difficili.
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