I due fattori principali che hanno spinto le azioni globali al ribasso a maggio sono ormai un brutto ricordo: il tetto del debito negli USA è stato sospeso fino al 2025 e gli investitori sembrano aver smesso di cercare il prossimo anello debole tra le banche regionali statunitensi. Sebbene non vi sia un rischio imminente di default tecnico per gli Stati Uniti o di crisi bancaria sistemica, la volatilità del reddito fisso è ancora elevata rispetto agli standard storici.
Troppo presto per cantare vittoria
L’accordo sul tetto del debito e il Fiscal Responsibility Act del 2023, che sospende il tetto massimo di indebitamento fino al 2025, hanno eliminato il rischio di default degli Stati Uniti sul loro ingente debito pubblico.
Anche se una vera e propria insolvenza è sempre apparsa improbabile, nelle ultime settimane questo tema ha occupato gran parte delle discussioni degli operatori di mercato. Un esito favorevole dei negoziati tra i repubblicani dell’opposizione e l’amministrazione Biden avrebbe dovuto innescare un rally sostenuto dei titoli azionari. In realtà, i guadagni si sono rivelati di breve durata, a suggerire che gli investitori sono concentrati su altre questioni.
Fra queste, gli sviluppi della politica monetaria nei prossimi mesi sono tornati in primo piano dopo gli interventi della Bank of Canada (BoC) e, in misura minore, della Reserve Bank of Australia (RBA): entrambe infatti hanno aumentato i tassi d’interesse.
I rialzi dei tassi non sono finiti
La RBA ha sorpreso i mercati alzando il tasso di riferimento di 25 pb al 4,1% il 6 giugno e ha continuato a segnalare che “potrebbe servire un ulteriore inasprimento della politica monetaria per garantire che l’inflazione torni al target in tempi ragionevoli”. Il giorno successivo, il governatore della RBA ha motivato la decisione parlando dei segnali di un possibile rischio al rialzo delle prospettive inflazionistiche.
Il 7 giugno, la BoC ha alzato il tasso di riferimento al 4,75%, ritenendo che la politica monetaria non fosse “sufficientemente restrittiva per ripristinare l’equilibrio tra domanda e offerta e garantire un ritorno sostenibile al target d’inflazione del 2%”. Dopo l’incremento dei tassi per un totale di 425 pb da marzo 2022 – salvo per una pausa a marzo e aprile – i mercati non si aspettavano ulteriori interventi, anche perché l’inflazione core è rallentata dal 5,4% su base annua di fine 2022 al 4,1% ad aprile.
Ipotesi fragili
A seguito del rapido aumento dei tassi di riferimento da marzo 2022, gli investitori hanno previsto un rallentamento dell’inflazione core e una retorica sempre più accomodante da parte della Federal Reserve statunitense (Fed), oltre a una pausa nel ciclo di inasprimento.
Alla riunione per la politica del 2/3 maggio, la Fed ha alzato (come previsto) il tasso target sui fondi federali di 25 pb al 5,00%-5,25%, portando la stretta monetaria a 500 pb cumulativi dal marzo 2022. I commenti ufficiali che sono seguiti hanno convinto gli investitori che potrebbe trattarsi a tutti gli effetti dell’ultimo rialzo del ciclo attuale. Nel comunicato della Fed non si legge più che “un ulteriore irrigidimento della politica potrebbe essere appropriato” e alla conferenza stampa il presidente Jerome Powell ha sottolineato che la Fed valuterà la sua posizione politica riunione per riunione.
Con l’inflazione core spintasi chiaramente al picco massimo e la prospettiva di una recessione nei prossimi 12 mesi, il mercato era convinto che la Fed avrebbe mantenuto i tassi invariati nella riunione del 14 giugno, segnando la fine del ciclo di inasprimento o una pausa prima di un ultimo rialzo.
In realtà, queste speranze sono state vanificate dalle decisioni della RBA e della BoC, da un altro solido rapporto sull’occupazione negli USA e da un’inflazione più elevata del previsto nel Regno.
Ulteriori sorprese sulla crescita dei posti di lavoro
L’ultimo rapporto sull’occupazione negli USA ha di gran lunga superato le aspettative del mercato. A maggio sono stati creati più di 300.000 impieghi, a segnare la 14a “sorpresa in positivo” di fila. Questa sfilza di sorprese dimostra che gli economisti faticano a valutare accuratamente gli sviluppi del mercato del lavoro statunitense.
I nuovi impieghi creati sono aumentati nell’ultimo mese, indicando che la domanda sta ancora superando l’offerta. Di conseguenza, gli aumenti salariali restano elevati attorno al 5% su base annua nel settore produttivo e per i dipendenti delle linee produttive e non addetti alla supervisione. Al contrario, il rapporto sugli impieghi non agricoli ha riservato sorprese “negative”, come un aumento del tasso di disoccupazione dello 0,25% al 3,7% – il livello più alto da ottobre. Anche le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione (rettificate su base stagionale) sono schizzate a un massimo in due anni. Come accade ormai da parecchi mesi, i dati non sono coerenti con la realtà dei fatti.
Downgrade per l’Europa
La crescita nella zona euro si è rivelata meno resiliente di quanto inizialmente previsto. La Germania è scivolata in una recessione tecnica dopo che il PIL si è contratto dello 0,3% per il 1° trimestre e dello 0,5% per il 4° trimestre del 2022. Anche il PIL dell’Eurozona è calato, penalizzato da una riduzione dei consumi privati (-0,3% nel 1° trimestre dopo un -1,0% nel 4° trimestre 2022).
Nelle previsioni di primavera, la Commissione Europea ha fatto presente che il “rischio di ribasso per le prospettive economiche è aumentato”. Il sentiment del mercato, misurato dalla Commissione, è sceso a maggio al livello minimo da fine 2022.
Al contempo, l’inflazione primaria è rallentata dal 7,0% su base annua al 6,1%. Con un tasso del 5,3%, l’inflazione core è tornata al livello di gennaio. I prezzi dei beni di consumo (esclusi quelli volatili) hanno continuato a calare e anche i prezzi alla produzione confermano questa tendenza.
Novità assoluta: anche l’inflazione nei servizi è rallentata. A spiegare questo trend potrebbero essere i prezzi dei trasporti in Germania, sebbene in realtà emergano segnali simili anche dai dati francesi. L’inflazione dei servizi è un indicatore cruciale per la Banca Centrale Europea (BCE).
Desideri e realtà
Le prospettive di una recessione dovuta all’inasprimento della politica monetaria sono state oggetto di accese discussioni, non da ultimo perché gli indicatori economici si sono rivelati molto più resilienti del previsto. A nostro avviso, le preoccupazioni di una recessione non si riflettono nell’andamento dei principali indici azionari.
Gli investitori potrebbero desiderare un rallentamento della crescita statunitense e dell’inflazione – che permetterebbe un’inversione di tendenza nel ciclo di rialzo dei tassi di riferimento – ma per ora devono scontrarsi con la dura realtà di una congiuntura resiliente negli Stati Uniti e con le intenzioni della BCE di continuare ad alzare i tassi ufficiali.
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