Buone notizie sull’inflazione
Non è il caso di spulciare tutti gli indici, i sottoindici e le componenti dei dati sui prezzi al consumo. Per spiegare cosa è successo, sono sufficienti un grafico (Grafico 1, sotto) e un’unica frase: l’inflazione statunitense sta finalmente rallentando.
L’inflazione complessiva è scesa dal 4% di maggio al 3% di giugno (su base annua), il valore più basso da marzo 2021. L’inflazione core (al netto di generi alimentari ed energia) è scesa dal 5,3% al 4,8%, il minimo da ottobre 2021.
Il Beige Book, redatto dalle Regional Reserve Banks in vista della riunione di politica monetaria della Federal Reserve statunitense (Fed), fornisce indicazioni qualitative. Il rapporto suggerisce che l’inflazione è rallentata e le aspettative sui prezzi dovrebbero rimanere generalmente stabili (o addirittura calare) nei prossimi mesi.
Sembra che in alcuni distretti i consumatori stiano diventando più sensibili ai prezzi, per cui le imprese sono riluttanti ad aumentare a loro volta il prezzo dei rispettivi prodotti e servizi. Tuttavia, non si tratta di un fenomeno generalizzato. Nei servizi, la domanda è forte e consente alle aziende di mantenere i margini. La prossima stagione degli utili fornirà indicazioni preziose al riguardo.
Implicazioni per la politica monetaria
Secondo l’opinione comune, che condividiamo, è probabile che la Fed aumenti i tassi di riferimento di 25 pb in occasione della riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) del 25/26 luglio, portando il tasso target sui fondi federali a un intervallo del 5,25%-5,50%. I mercati hanno ampiamente scontato questa eventualità, con una probabilità superiore al 90%.
Il presidente della Fed Jerome Powell ha insistito sul fatto che lo status quo sui tassi chiave di giugno era solo una pausa e non la fine del ciclo di inasprimento. In effetti, i verbali della riunione del 13/14 giugno hanno confermato che l’intento della pausa era concedere al FOMC il tempo necessario a considerare le conseguenze dei precedenti rialzi dei tassi, dato che l’inflazione rimane inaccettabilmente elevata e ulteriori incrementi dei tassi sarebbero giustificati.
Se Powell continuerà a monitorare la variazione media a 6 mesi del deflatore delle spese per consumi personali (PCE) al netto di generi alimentari ed energia, è probabile che il livello previsto per giugno – ancora superiore al 4% – non lo soddisferà, soprattutto alla luce dei forti dati sull’occupazione.
Come previsto, dopo gli ultimi dati sull’inflazione, le aspettative per le prossime riunioni del FOMC sono cambiate: Il livello dei tassi previsto per la fine del 2024 è ora inferiore di 40 pb rispetto a quello di una settimana fa. Gli investitori hanno impiegato molto tempo per accettare l’idea che i tassi di riferimento statunitensi sarebbero rimasti “più alti più a lungo” una volta raggiunto il tasso terminale. Questa ipotesi – per quanto in linea con i commenti dei membri del FOMC – rimane oggetto di molte discussioni.
Inizio di una nuova fase?
Il mese di giugno è stato caratterizzato da decisioni e commenti più aggressivi del previsto da parte di molte banche centrali, che hanno fatto impennare i rendimenti obbligazionari, in particolare sulle scadenze più ravvicinate.
Il 4 luglio, la Reserve Bank of Australia (RBA) ha lasciato invariato il proprio tasso di riferimento: una decisione a sorpresa, viste le aspettative di un rialzo di 25 pb. La RBA ha dichiarato di volere più tempo per valutare l’impatto dei precedenti aumenti (+400 pb da maggio 2022), ma secondo la sua forward guidance potrebbero rendersi necessari ulteriori incrementi per garantire che l’inflazione torni al target entro un arco di tempo “ragionevole”.
Il 12 luglio, anche la Reserve Bank of New Zealand (RBNZ) ha optato per lo status quo al 5,5%, affermando che la politica monetaria appare sufficientemente restrittiva.
Lo stesso giorno, la Bank of Canada (BoC) ha alzato il tasso di riferimento di 25 pb al 5%, dichiarando che “le pressioni inflazionistiche sottostanti sono più radicate del previsto. In effetti, i dati delle indagini condotte fra le imprese mostrano un aumento continuo dei prezzi, più frequente del solito”.
La BoC ha ribadito che il lavoro non può ritenersi concluso finché l’inflazione non sarà tornata al target del 2%. e si è detta pronta ad adottare un approccio “riunione per riunione” per le sue prossime decisioni. Il governatore ha tuttavia affermato che il comitato “ha discusso la possibilità di mantenere i tassi invariati e di raccogliere maggiori informazioni per confermare la necessità di aumentare il tasso di riferimento”.
Ammettere una tale esitazione in modo così chiaro è insolito tra i banchieri centrali. Difficilmente Jerome Powell lancerà un messaggio simile a fine mese. Il simposio della Fed di Kansas City sui cambiamenti strutturali nell’economia globale (Structural Shifts in the Global Economy), che si terrà a Jackson Hole il 24 e 26 agosto potrebbe essere un’occasione più adatta per una tale ammissione.
Nel frattempo, gli investitori continueranno probabilmente a tentennare e potremmo assistere a movimenti irregolari di azioni, obbligazioni e altri asset, soprattutto nel mercato dei cambi. Il rapido calo del dollaro US e il rialzo dello yen dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione negli Stati Uniti potrebbero essere solo un’anticipazione di ciò che riserverà il futuro.
Prudenza sulle azioni, più esposizione ai titoli di Stato
Gli investitori dovranno abituarsi a questa nuova fase di transizione. La natura ritardata di alcuni indicatori economici (in particolare l’occupazione) tende a nascondere la realtà di un rallentamento imminente. Probabilmente l’inflazione è stata effettivamente “transitoria”, nel senso che le banche centrali sono riuscite a rallentarla senza indebolire il mercato del lavoro.
Nelle ultime settimane, gli investitori hanno scelto di concentrarsi sui fattori più favorevoli, tra cui la (presunta) imminente fine dei rialzi dei tassi, un’inflessione dell’inflazione e un mercato del lavoro dinamico. Ciò ha contribuito al ritorno della propensione al rischio, soprattutto per le azioni, che hanno ritrovato un grande favore tra gli investitori.
I sondaggi di posizionamento rivelano eccessi, suggerendo cautela nel breve termine, tanto più che alcuni squilibri tecnici sono stati ignorati e il rialzo degli indici statunitensi è stato guidato da un numero molto limitato di titoli.
Questi diversi fattori ci inducono ad essere prudenti nei confronti delle azioni nel breve periodo, anche tenendo conto del posizionamento di valore relativo (settoriale e geografico).
Il contesto dei prossimi mesi ci spinge ad aumentare l’esposizione ai mercati dei titoli di Stato, come abbiamo fatto gradualmente nelle ultime settimane. Abbiamo rafforzato questa strategia la scorsa settimana, quando i rendimenti dei Treasury statunitensi a 10 anni hanno superato bruscamente le soglie che avevamo individuato come opportunità di acquisto.
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