In assenza di segnali concreti che indichino un forte rallentamento dell’economia statunitense, i mercati azionari statunitensi hanno iniziato a stabilizzarsi dopo un periodo di correzione nel corso dell’ultimo mese. Finché non emergeranno evidenze contrarie, gli investitori sembrano confidare nel fatto che l’amministrazione americana eviterà misure di politica economica troppo rischiose, sostenuta da un impegno di fondo a favore di un settore privato dinamico. I partner commerciali degli Stati Uniti sperano che, sul fronte dei dazi, il governo Trump si limiti a minacciare senza poi agire in modo troppo aggressivo.
Dopo quattro settimane consecutive in calo, le Borse americane hanno ripreso quota nell’ultima settimana di marzo, spinte dall’ottimismo crescente che i dazi all’importazione annunciati da Donald Trump possano essere meno duri del previsto. Questi rialzi riflettono una valutazione più attenta della situazione economica americana da parte degli investitori, i quali iniziano a pensare che la fase di sottoperformance dei titoli US potrebbe essersi attenuata.

L’umore dei mercati ha trovato ulteriore slancio con le notizie secondo cui la Casa Bianca starebbe valutando un ammorbidimento dei dazi previsti per il 2 aprile – data che il presidente Trump aveva definito in passato il “Giorno della Liberazione”. Lo stesso Trump ha parlato di “flessibilità” nel modo in cui applicherà i dazi reciproci ai partner commerciali degli Stati Uniti. Questo ha fatto sperare i mercati in un approccio più ordinato e razionale sulla politica dei dazi.
Un’ulteriore spinta è arrivata dai dati macroeconomici pubblicati il 24 marzo: l’indice composito dei direttori degli acquisti (PMI) negli Stati Uniti, elaborato da S&P Global, è salito a 53,5, il livello più alto degli ultimi tre mesi. Valori superiori a 50 indicano un’espansione dell’attività economica. L’aumento è stato trainato dal settore dei servizi, mentre il segmento manifatturo ha mostrato un leggero calo.
Secondo il nostro team multi-asset, i timori su un forte rallentamento dell’economia globale appaiono esagerati. Il recente calo dei mercati azionari, legato all’incertezza sulle politiche americane, rappresenta piuttosto un’opportunità.
Le valutazioni delle azioni statunitensi si sono ridimensionate rispetto ai massimi, la crescita degli utili per azione resta incoraggiante e le posizioni degli investitori non sono più così estreme. In questo contesto, il team ha deciso di tornare gradualmente a una posizione sovrappesata in azioni globali nei portafogli multi-asset.
Nessuna variazione nei tassi di riferimento statunitensi
Come previsto, il Federal Open Market Committee (FOMC) ha lasciato invariati i tassi di riferimento nella fascia fra il 4,25% e il 4,50%, e ha ribadito che questa situazione potrebbe restare stabile ancora a lungo. Nelle loro previsioni, i membri del FOMC hanno rivisto al rialzo l’inflazione attesa e al ribasso la crescita economica, ipotizzando uno scenario leggermente “stagflazionistico”.
Dopo l’incontro, il presidente della Fed, Jerome Powell, ha ribadito quanto già detto il 7 marzo: non c’è fretta, serve pazienza e bisogna distinguere tra segnali reali e rumore di fondo. In altre parole, per ora niente tagli ai tassi. Powell ha anche segnalato che l’inflazione non calerà molto nel 2025, e ha minimizzato la possibilità di un taglio già nella prossima riunione del 6-7 maggio.
Entro la riunione del FOMC di dicembre, la maggior parte dei membri si aspetta un tasso sui fondi federali compreso fra il 3,75% e il 4% nel 2025, il che equivarrebbe a due tagli da 25 pb per quest’anno. Tuttavia, il numero di membri del comitato che prevede ulteriori tagli ai tassi d’interesse è sceso da cinque a due, mentre quelli che si aspettano nessun taglio o al massimo un solo taglio sono raddoppiati, passando da quattro a otto. Quindi, il Comitato prevede ancora due tagli dei tassi, ma si nota un netto spostamento verso aspettative di interventi più moderati.
Il nostro team dedicato ai titoli di Stato continua a ritenere che la politica monetaria americana resterà stabile per tutto il 2025. Si aspetta un rialzo dell’inflazione nella seconda metà dell’anno, dovuto all’effetto dei dazi, a politiche migratorie più rigide, a una spesa pubblica generosa e ad aspettative inflazionistiche già elevate sul lungo periodo.
Il 28 marzo verranno pubblicati i dati sull’inflazione della spesa per consumi personali (PCE) di febbraio.Secondo alcune stime, il dato core dell’inflazione PCE per febbraio potrebbe raggiungere un +0,3% su base mensile (valore arrotondato), in aumento rispetto al +0,28% registrato a gennaio. Su base annua, il tasso salirebbe leggermente al 2,7%, rispetto al 2,6% del mese precedente. Si tratterebbe del dato mensile più alto dall’inizio del 2024 – un segnale di tenuta dell’inflazione che potrebbe rafforzare la posizione della Fed nel mantenere invariata la politica monetaria per tutto il 2025.
L’effetto delle riforme in Germania
Intanto, in Europa, il 21 marzo è stato approvato l’ambizioso pacchetto di spesa da 1.000 miliardi di euro promosso dal futuro cancelliere tedesco Friedrich Merz. Il piano prevede una deroga alle regole sul debito per finanziare spese illimitate per la difesa e la creazione di un fondo speciale da 500 miliardi di euro per modernizzare le infrastrutture nel corso dei prossimi 12 anni.
L’economia tedesca è in recessione da tempo, anche se si tratta di una recessione poco profonda. I problemi sono strutturali e rallentano la ripresa. Dopo una contrazione del PIL del -0,3% nel 2023 e del -0,2% nel 2024, l’Istituto Ifo prevede una crescita timida dello 0,2% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026.
La crisi economica della Germania è per lo più strutturale. Nel breve termine, però, sarà l’entrata in vigore dei dazi americani il 2 aprile a pesare di più sull’economia tedesca: un eventuale calo dell’export potrebbe annullare i benefici delle nuove politiche fiscali interne.