Se è vero che l’inflazione sta dando del filo da torcere, ci sono anche altri fattori che potrebbero destabilizzare il mercato. Il temporaneo dietrofront della Russia dall’iniziativa sostenuta dalle Nazioni Unite per consentire le spedizioni di grano ucraino mette in luce la possibilità di nuove interruzioni nella fornitura di materie prime. Finché il conflitto continuerà, anche gli approvvigionamenti energetici rimarranno incerti, soprattutto in Europa. Inoltre, i casi di Covid in Cina sono tornati ad aumentare, lasciando presagire ennesimi lockdown e strozzature nelle catene logistiche. Infine, il panorama politico del Regno Unito è alquanto instabile e i rapporti fra Cina e USA sono sempre più tesi.
Dinamiche inflazionistiche diverse
Pur essendo un fenomeno globale sotto molti aspetti, l’inflazione non è sempre uguale. Nella zona euro, quella primaria ha raggiunto il livello record del 10,7% a ottobre, mentre il tasso core, che esclude le componenti più volatili di generi alimentari ed energia, è aumentato del 5%, cioè meno della metà della cifra complessiva. Negli Stati Uniti, invece, il problema principale risiede nell’inflazione core dei servizi, che rappresenta l’80% del totale.
A titolo di confronto, gli ultimi dati relativi all’indice dei prezzi al consumo (CPI) degli Stati Uniti mostrano un’inflazione dell’8,2%, ma un tasso core del 6,7% (81% dell’inflazione primaria). Aspetto cruciale, il parametro di inflazione preferito dalla Federal Reserve (Fed), cioè l’indice core delle spese per consumi personali (PCE), si attesta ora al 5,1%, ovvero più del doppio del 2% perseguito dalla Fed (si veda Grafico 1).
Con la maggior parte dell’inflazione europea dettata dalla crisi energetica, il Vecchio Continente sta affrontando un rischio di stagflazione di gran lunga più elevato. Gli Stati Uniti invece sono relativamente al riparo dalla crisi energetica perché sono autosufficienti in termini di gas e producono quasi tutto il petrolio e l’energia di cui hanno bisogno.
La sorpresa al rialzo dell’inflazione core statunitense riflette la forza della domanda interna aggregata. Si prevede che i costi relativi agli alloggi – espressi nel CPI statunitense ed equivalenti al 30% dell’indice generale dell’inflazione USA e al 40% del CPI di base – rimarranno elevati nel breve termine. In genere, questa componente dell’inflazione è guidata dalla forza del mercato del lavoro, dai tassi di sfitto e dall’accessibilità delle abitazioni.
La Fed teme che un tasso core così elevato possa causare un disancoraggio delle aspettative inflazionistiche.
In Europa, l’impennata dei prezzi di energia e generi alimentari sta drasticamente erodendo i redditi reali. Da un recente sondaggio della Banca Centrale Europea (BCE) emerge che le aspettative sull’inflazione al consumo stanno salendo ininterrottamente in tutta la regione. Come per la Fed, la principale preoccupazione della BCE è che l’aumento delle aspettative inflazionistiche fra i consumatori possa creare un’inflazione che si auto-alimenta.
Cambio di rotta politico?
In linea con le attese, la scorsa settimana sia la Fed che la BCE hanno aumentato i tassi di riferimento di 75 punti base. In precedenza, la Bank of Canada (BoC) aveva apportato un rialzo del tasso di riferimento minore del previsto di soli 50 pb.
La dichiarazione della BCE dopo la decisione di intervenire sui tassi è stata meno aggressiva rispetto a settembre, con la Presidente Lagarde che ha spiegato come la portata e il ritmo dei futuri incrementi dipenderanno dalle prospettive inflazionistiche e terranno conto del tipico ritardo dell’effetto dei precedenti aumenti dei tassi sull’inflazione.
Secondo alcuni analisti, la mossa contenuta della BoC, il tono meno aggressivo della BCE e i segnali di un dibattito politico all’interno della Fed sul rallentamento del ritmo di inasprimento potrebbero far pensare che le banche centrali si orienteranno presto verso una politica meno restrittiva di fronte all’indebolimento economico.
In effetti, mentre le esportazioni hanno fatto lievitare il PIL reale degli Stati Uniti del 2,6% annualizzato nel terzo trimestre dopo due trimestri consecutivi di contrazione, la domanda finale privata è in stallo, le importazioni sono diminuite e le attività di costruzione e vendita di nuove abitazioni è in ulteriore calo.
A nostro avviso è quindi prematuro parlare di un cambio di rotta politico. Il 2 novembre, dopo che il Federal Open Markets Committee (FOMC) ha aumentato il tasso principale sui fed fund di 75 pb per la quarta volta consecutiva, il Presidente della Fed Powell ha dichiarato che “i dati successivi all’ultima riunione suggeriscono che il livello finale dei tassi d’interesse sarà più alto del previsto”.
I mercati hanno reagito prontamente, aumentando le stime sui futuri tassi dei fondi federali. L’aspettativa del picco, atteso verosimilmente entro maggio 2023, è per la prima volta superiore al 5%, ovvero ben oltre il 4,6% indicato nella riunione del FOMC di settembre. Il ritmo di incrementi dei tassi potrebbe rallentare, ma non si prevedono inversioni di tendenza nell’immediato.
Volatilità nel Regno Unito…
L’incertezza politica permane in quanto la garanzia di disciplina finanziaria del nuovo premier Rishi Sunak – che in altre parole sottintende una certa austerità fiscale – potrebbe spingere il paese verso una più rapida e profonda recessione. Gli investitori stanno pertanto evitando gli asset britannici: secondo un sondaggio di Bank of America della scorsa settimana, l’esposizione alle azioni britanniche è calata di nove punti percentuali da quando Liz Truss ha assunto l’incarico a settembre (e ha poi rassegnato le dimissioni).
Il mercato sembra invece apprezzare Jeremy Hunt come cancelliere: lo dimostrano le reazioni sottotono quando la Signora Truss è uscita di scena mentre Hunt è rimasto in carica. Da quando Hunt ha rivisto la proposta di un “mini-budget” più di una settimana fa, i rendimenti dei Gilt sono calati, e anche le pressioni sulla Bank of England perché aumenti con vigore i tassi si sono affievolite. (La BoE è poi intervenuta con un rialzo di 75 pb il 3 novembre, adducendo a motivazione gli “sviluppi globali” e importanti “fattori specifici per il Regno Unito”.)
…e in Cina
Sebbene il recente 20° Congresso del Partito Comunista si sia concluso all’insegna della continuità politica, chi si aspettava annunci riguardo alla revoca della strategia “zero Covid” e a un più incisivo allentamento delle politiche è rimasto amaramente deluso.
Il mercato ha interpretato l’assenza di notizie come una cattiva notizia e avviato un ciclo di vendite. Nell’ultima settimana di ottobre, le valutazioni delle azioni cinesi e di Hong Kong sono fortemente diminuite. Alla chiusura del Congresso il 24 ottobre, l’indice del NASDAQ Golden Dragon China ha perso più del 20%.
I casi di Covid in Cina sono tornati ad aumentare nonostante le severe restrizioni. Anche se i contagi totali restano inferiori a quelli registrati durante l’ondata di Shanghai dello scorso marzo/aprile (si veda Grafico 2), il numero di province interessate da questa recrudescenza ha toccato un record da aprile, con lockdown totali o parziali in zone responsabili di oltre il 15% del PIL nazionale. I sondaggi condotti a ottobre fra i responsabili degli acquisti del settore manifatturiero e dei servizi (PMI) cinesi riflettono appieno l’impatto negativo di questi sviluppi. Entrambi gli indici infatti sono scivolati sotto la soglia del 50 a indicare una contrazione dell’economia.
Durante il Congresso, il Partito ha attribuito un’importanza prioritaria alla sicurezza nazionale, facendo riferimento soprattutto ai rapporti con Taiwan e Hong Kong, e all’escalation delle tensioni politiche con gli Stati Uniti.
Il recente inasprimento delle restrizioni statunitensi sulle esportazioni di prodotti tecnologici in Cina finirà probabilmente per danneggiare, ma non farà deragliare lo sviluppo del settore tecnologico cinese nel medio termine. Il fatto che i titoli cinesi non abbiano reagito alle restrizioni alle esportazioni suggerisce che il mercato potrebbe aver scontato gran parte dell’impatto negativo di questa mossa degli Stati Uniti.
L’enfasi posta dal Congresso sulla sicurezza nazionale, sull’innovazione tecnologica, sullo sviluppo high-tech e sulla stabilità sociale riflette le priorità a medio termine che guideranno le decisioni d’investimento della Cina. Quanto ai temi di investimento, ai primi posti figurano la prosperità comune (riqualificazione dei consumi), lo sviluppo dell’hard-tech (reindustrializzazione) e la crescita delle piccole e medie imprese e dei settori favoriti dalle autorità nell’ambito del processo di ristrutturazione economica guidata.
Nell’ultima settimana di ottobre, la Cina ha registrato un’espansione del PIL del 3° trimestre del 3,9% su base annua (a/a). Per il 4° trimestre, il nostro team di ricerca stima una crescita del 3,6%, equivalente a un +3,2% per l’intero anno 2022. E anche se nel 4° trimestre il paese archiviasse un rialzo ipotetico del 5%, la crescita annua sarebbe solo del 3,5%, ovvero ben al di sotto del dell’obiettivo del 5,5% auspicato dal Politburo.
È quindi evidente che, a differenza delle altre principali banche centrali, la Cina proseguirà sulla via dell’allentamento politico per evitare che i rischi negativi sulla crescita le sfuggano di mano.
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