Le banche centrali stanno aumentando i tassi d’interesse per ridurre la domanda aggregata e riportarla in linea con la capacità produttiva dell’economia. Sempre più segnali suggeriscono il successo dell’impresa, anche se alla luce di un’inflazione ancora elevata e persistente, è chiaro che bisognerebbe fare di più.
Il segnale più recente è stato un calo nella crescita delle esportazioni cinesi – una dinamica che non si vedeva dal 2020. L’export verso gli Stati Uniti è in territorio negativo da diversi mesi e ora anche quello verso l’Europa sta diminuendo (si veda Grafico 1). I dati relativi agli Stati Uniti sono ancora più sorprendenti se si considera la forza del dollaro. Il Greenback si è apprezzato del 14% sullo yuan cinese, il che normalmente farebbe aumentare le importazioni statunitensi.
Contrazione più rapida in Europa che negli USA
Gli indici dei responsabili degli acquisti (PMI) per il mese di ottobre dipingono un quadro simile per l’Europa: tutti i parametri sono stati inferiori a 50 (soglia della contrazione), ad eccezione dell’indice per il settore dei servizi francese. La maggior parte dei dati relativi agli Stati Uniti è rimasta in territorio espansivo.
L’economia europea si sta indebolendo più rapidamente di quella statunitense, poiché la regione si trova ad affrontare non solo tassi d’interesse più elevati (la variazione dei rendimenti obbligazionari a 10 anni è stata pressoché analoga in entrambe le zone), ma anche uno shock energetico. È dunque probabile che l’Europa sia già entrata in una fase di recessione che si protrarrà fino al primo trimestre del 2023.
Dagli Stati Uniti invece provengono dati contrastanti, con un mercato del lavoro che si conferma solido. Le stime di consenso prevedevano la creazione di 200.000 nuovi impieghi a ottobre, mentre il dato effettivo è stato di 233.000 unità. La cifra di settembre è stata rivista al rialzo. Il tasso di disoccupazione è sceso al 3,6%.
Un mercato del lavoro così forte e l’elevata crescita dei salari che lo accompagna pongono la Federal Reserve statunitense di fronte a un dilemma: non solo dovrà pensare a quanto e quanto velocemente aumentare i tassi di riferimento, ma dovrà tenere conto anche della crescita dei salari come catalizzatore cruciale dell’inflazione dei servizi. Senza una decelerazione della crescita salariale, è difficile che l’inflazione dei servizi torni dall’attuale 7,4% annuo al 2,7% medio del 2019.
Un aumento “eccessivo” delle retribuzioni però non costituisce un problema solo per gli Stati Uniti. Anche in Europa salari e stipendi stanno salendo rapidamente, motivo per cui la BCE non dovrà solo adattare i tassi di riferimento per tenere conto del rincaro dell’energia, ma dovrà anche moderare la domanda (si veda Grafico 2).
Allentamento della pressione inflazionistica
L’ultimo dato sull’IPC statunitense – 7,7% di inflazione primaria a ottobre contro l’8,0% previsto e dopo l’8,2% del mese precedente – ha comunque concesso un po’ di sollievo agli asset rischiosi. I dati sembrano sostenere la tesi del mercato secondo cui la Fed potrebbe iniziare a ridurre i tassi entro la prossima primavera, anche se la banca centrale ha comunicato che intende continuare con il ciclo di inasprimento ancora più a lungo.
Dal canto nostro, siamo piuttosto scettici sulla rapidità di decelerazione dell’inflazione auspicata dal mercato, sebbene la crescita sia già notevolmente rallentata.
L’altro evento clou della settimana sono state le elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Al momento della pubblicazione di questo articolo, i risultati non sono ancora chiari: sembra che il Partito Repubblicano otterrà il controllo della Camera dei Rappresentanti, ma forse non del Senato.
Per quanto riguarda l’impatto sul mercato, probabilmente non avrà molta importanza se i Repubblicani otterranno o meno anche la maggioranza al Senato. In ogni caso, infatti, l’esito per gli Stati Uniti sarà lo stesso: uno stallo politico dovuto a un governo diviso.
D’altro canto, se i Democratici riuscissero a mantenere il controllo, gli investitori potrebbero prevedere ulteriori spese pubbliche, il che potrebbe far lievitare le aspettative inflazionistiche e, di conseguenza, anche la prospettiva di nuovi incrementi ai tassi di riferimento da parte della Fed nel tentativo di contenere il caro prezzi.
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