Weekly market update – I mercati corrono al rialzo: si prospetta una caduta?

Fino ad oggi il 2023 ha visto i mercati finanziari correre al rialzo. Le valutazioni di azioni, obbligazioni e asset rischiosi in generale sono salite grazie alle aspettative di un “atterraggio morbido” per l’economia statunitense, ovvero una rapida disinflazione, senza recessione. I dati recenti indicano che il mercato del lavoro americano è rimasto solido, il che alimenta la possibilità che l’inflazione si riveli più persistente del previsto, costringendo la Federal Reserve a inasprire ulteriormente la politica monetaria. Di fronte a questa ampia gamma di possibili esiti, i mercati si sono mossi al rialzo, anche se a nostro avviso c’è poca visibilità sul futuro dell’economia statunitense.

Ottimi dati sull’occupazione statunitense

Il rapporto sui salari non agricoli pubblicato il 3 febbraio ha mostrato che l’economia statunitense ha aggiunto oltre mezzo milione di posti di lavoro a gennaio, nonostante la politica monetaria più restrittiva adottata dalla Fed per contenere le pressioni inflazionistiche. Il tasso di disoccupazione ha toccato il minimo dal 1969 e la settimana lavorativa non agricola è aumentata di 0,3 ore (l’equivalente di circa 700.000 posti di lavoro).

In senso stretto, l’incremento degli impieghi di gennaio è ascrivibile a un calo inferiore alla media, che gli adeguamenti stagionali hanno trasformato in un tasso in aumento. Di pari passo con le consistenti revisioni nette al rialzo, i dati potrebbero essere interpretati come equivalenti, in totale, a 1,3 milioni di posti di lavoro in più se le ore lavorate si fossero mantenute stabili.

La crescita dei guadagni aggregati – ovvero il prodotto di ore, buste paga e retribuzione oraria media – è balzata all’8,5% su base annua dal precedente 7,3%. Si tratta di un’ascesa su base mensile dell’1,5% rispetto al precedente 0,3%.

Hard, soft o nessun landing per gli USA?

In termini di esiti probabili, la persistente forza del mercato del lavoro, combinata con l’evidente rallentamento della spinta ribassista nel settore immobiliare e con la ritrovata fiducia dei consumatori all’inizio del 2023, indica una moderazione del rischio di coda a sinistra (cioè di recessione) per la crescita del PIL, ma anche un maggior rischio di coda a destra (cioè una crescita più forte di quanto precedentemente previsto).

In questo contesto, gli investitori sono (comprensibilmente) un po’ disorientati.

Finché non emergerà un quadro più chiaro sull’andamento dell’economia statunitense, è probabile che i mercati continueranno a muoversi in modo altalenante.

Fino a che punto deve spingersi la Fed?

La riprova di un mercato del lavoro teso che provoca una ripresa della crescita salariale e che si ripercuote sulla componente core dei servizi (esclusi gli alloggi) dell’inflazione dei prezzi al consumo (CPI) potrebbe rendere più urgenti gli sforzi dei responsabili delle politiche della Fed di procedere a una contrazione delle condizioni finanziarie.

È improbabile che la Fed si lasci influenzare da un solo mese di dati, ma il tono rafforzerà la tesi dei falchi di “continuare su questa strada” e spingere il tasso sui fed fund al 5,25%.

Nei commenti rilasciati all’Economic Club di Washington il 7 febbraio, il presidente della Fed Jay Powell ha avvertito che la banca centrale potrebbe essere costretta ad aumentare i tassi d’interesse più di quanto gli investitori si aspettino, perché probabilmente ci vorrà un “periodo di tempo significativo” per domare l’inflazione, visti i dati più solidi nel mercato del lavoro.

Negli ultimi giorni, anche altri funzionari della Fed hanno sottolineato la perdurante solidità del mercato del lavoro come motivo per cui la Fed dovrebbe procedere con la stretta monetaria.

Il presidente Powell ha scelto con cura le sue parole, evitando di sembrare eccessivamente aggressivo. È possibile che, avendo i mercati rivalutato le aspettative sui tassi dopo il rapporto sull’occupazione di gennaio, Powell si sia sentito meno in dovere di spingere ulteriormente al rialzo le aspettative.

In particolare, il Powell ha sottolineato che i dati sull’occupazione sostengono l’opinione della Fed secondo cui nel 2023 l’inflazione potrebbe non scendere così rapidamente come scontato dai mercati. La politica monetaria restrittiva potrebbe dunque protrarsi per più tempo, motivo per cui i mercati non dovrebbero prevedere tagli ai tassi nella seconda metà del 2023.

Il nostro team di ricerca macroeconomica continua ad aspettarsi che la Fed aumenti il tasso sui fed fund dall’attuale 4,75% al 5,25% con altri due incrementi di 25 pb, per poi mantenere i tassi invariati in vista dei primi tagli nel terzo trimestre.

L’impegno preventivo della BCE ad alzare i tassi

Dopo aver aumentato il tasso di deposito di riferimento di 50 pb al 2,50% il 2 febbraio, la BCE si è essenzialmente impegnata ad apportare un ulteriore incremento di 50 pb a marzo.

Ad ogni modo, si è mostrata più aperta sulle successive fasi della politica. I dati economici saranno in ultima analisi il principale motore delle mosse politiche, ma il nostro team di ricerca macroeconomica ritiene che la BCE aumenterà i tassi di 25 pb a maggio e giugno per raggiungere un tasso finale del 3,50% e sarà molto probabile assistere ai primi tagli già quest’anno.

In Giappone nuovo governatore della BoJ

A meno di tre mesi dalle dimissioni di Haruhiko Kuroda da governatore della Bank of Japan (BoJ), si specula su chi sostituirà il capo della banca centrale più longeva del paese.

I candidati potrebbero essere scoraggiati dalla portata del compito da svolgere. Dopo un decennio di politica monetaria ultra-allentata “senza precedenti”, il prossimo capo della BoJ dovrà guidare il Giappone verso la normalizzazione dei tassi d’interesse ed evitare un ritorno alla deflazione e un brusco rallentamento dell’economia.

Secondo i media nazionali, il governo avrebbe contattato il vicegovernatore della BoJ Masayoshi Amamiya come possibile successore. La sua nomina potrebbe verosimilmente garantire la continuità delle politiche, puntando sul gradualismo.

Le autorità giapponesi hanno smentito la notizia, posticipando dal 10 febbraio alla settimana del 13 febbraio la data di presentazione delle candidature.

Vedere per credere

In sintesi, rimaniamo scettici sulla nozione di “immacolata disinflazione” per l’economia statunitense e siamo quindi più cauti rispetto al mercato in generale.

Il nostro team multi-asset ha assunto una posizione neutrale sulle azioni, dove l’“immacolata disinflazione” potrebbe diventare un problema per i margini di profitto se il costo dei beni venduti non dovesse rallentare con la stessa velocità delle vendite (o dovesse aumentare più rapidamente dei ricavi). Il risultato infatti potrebbe essere un calo delle stime sugli utili, in particolare in Europa, dove le previsioni appaiono già eccessivamente ottimistiche rispetto agli ultimi dati macroeconomici.

Le azioni europee rappresentano la principale (e significativa) posizione di sottopeso nei nostri portafogli multi-asset, mentre ne possediamo una lunga in titoli statunitensi e dei mercati emergenti. Con riferimento a questi ultimi, abbiamo aumentato l’allocazione dopo la riapertura della Cina. Le valutazioni appaiono ora interessanti e, dopo un lungo periodo di revisioni negative degli utili, prevediamo un maggiore slancio positivo da qui in avanti.

Per maggiori dettagli sull’asset allocation, cliccare qui.

Disclaimer

Informazioni importanti

Si prega di notare che gli articoli possono contenere termini tecnici. Per questo motivo potrebbero non essere adatti ad un lettore senza esperienza professionale in materia di investimenti. Qualsiasi opinione qui espressa è quella degli autori alla data di pubblicazione, si basa sulle informazioni disponibili e può essere modificata senza preavviso. I singoli team di gestione del portafoglio possono avere opinioni diverse e prendere decisioni di investimento diverse per i diversi clienti. Il valore degli investimenti e il rendimento da essi generato possono aumentare o diminuire ed è possibile che gli investitori non recuperino l’importo originariamente investito. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. L’investimento nei mercati emergenti o in settori specializzati o ristretti può presentare una volatilità superiore alla media, a causa di una forte concentrazione, di maggiori incertezze dovuta alla minore quantità di informazioni disponibili, alla minore liquidità o alla maggiore sensibilità ai cambiamenti delle condizioni di mercato (sociali, politiche ed economiche). Alcuni mercati emergenti offrono meno sicurezza della maggior parte dei mercati sviluppati internazionali. Per questo motivo, i servizi per le operazioni di portafoglio, la liquidazione e la conservazione per conto dei fondi investiti nei mercati emergenti possono comportare maggiori rischi. I beni privati sono opportunità di investimento che non sono disponibili attraverso i mercati pubblici come le borse valori. Consentono agli investitori di trarre profitto direttamente da temi di investimento a lungo termine e possono fornire accesso a settori o industrie specializzati, come infrastrutture, immobili, private equity e altre alternative a cui è difficile accedere con i mezzi tradizionali. I beni privati, tuttavia, richiedono un'attenta considerazione, in quanto tendono ad avere livelli di investimento minimo elevati e possono essere complessi e illiquidi.

Back to Top