La “stagflazione” – cioè uno scenario di inflazione ostinatamente elevata a fronte di una crescita economica in calo – è la causa di un dilemma di politica monetaria per le banche centrali occidentali: dovrebbero inasprire ulteriormente i toni per contenere l’inflazione o piuttosto ridurre i tassi visto il rallentamento della crescita? Nel frattempo, il calo dell’inflazione e le prospettive di una congiuntura più favorevole per i mercati emergenti asiatici, favoriti dalla riapertura della Cina, riservano alle banche centrali orientali sfide meno ardue. Nei prossimi mesi questo netto divario potrebbe spingere i flussi di capitali verso gli asset asiatici e cinesi.
Ancora dati solidi per l’occupazione statunitense
Il tanto attenzionato tasso d’inflazione dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) statunitense per il mese di gennaio, pubblicato il 13 febbraio, si è attestato al 6,4% su base annua (a/a), leggermente al di sotto del 6,5% di dicembre. Su base mensile, il tasso primario è aumentato dallo 0,1% allo 0,5%. Mentre i prezzi del petrolio mantengono elevato l’IPC primario, l’inflazione core è salita di ben il 5,6% su base annua a gennaio, dopo il 5,7% di dicembre.
Il rapporto ha evidenziato un lento affievolimento delle pressioni inflazionistiche, anche se il tasso attuale rimane ben al di sopra del target del 2% fissato dalla Federal Reserve statunitense (Fed). La Fed si è detta preoccupata per la forza del mercato del lavoro statunitense e per i rischi di una spirale salari-prezzi. A gennaio, la crescita dei salari è stata del 4,4% su base annua, a fronte di un tasso di disoccupazione sceso al minimo in 53 anni del 3,4%.
Tutto questo spiega la recente dichiarazione del presidente della Fed Powell secondo cui “il processo di disinflazione è iniziato”, ma potrebbero servire altri aumenti dei tassi d’interesse se il mercato del lavoro rimane così forte. Nei commenti pubblici rilasciati la seconda settimana di febbraio, Powell ha aggiunto che non prevede un ritorno dell’inflazione al 2% prima del 2024.
Il differenziale d’inflazione tra Occidente e Oriente
Il divario tra i mercati occidentali e orientali si riflette nei differenziali dei tassi d’inflazione (si veda Grafico 1). Infatti, se l’inflazione nelle economie del G3 (Europa, Regno Unito e Stati Uniti) è stata in media del 9% a/a nel dicembre 2022, in Asia (esclusa la Cina) è stata mediamente solo del 5% a/a.
L’inflazione cinese è tra le più basse al mondo: a dicembre 2022, quella del CPI è aumentata di appena il 2,1% a/a, mentre il tasso core si è attestato all’1,0% a/a. L’indice dei prezzi alla produzione (PPI) cinese è in deflazione da settembre 2022 e il mese scorso è sceso dello 0,8% annuo. In Cina dunque non vi è alcun rischio di inasprimento della politica monetaria.
Il basso tasso d’inflazione nazionale, unito a un renminbi che non si sta apprezzando, lascia intendere che il colosso asiatico non sta esportando inflazione nel resto del mondo. Inoltre, osservando il rapporto della catena di approvvigionamento asiatica con la Cina è evidente che il tracciato disinflazionistico della Cina sta esercitando il suo effetto su tutta la regione
Situazione ancora difficile in Occidente…
Gli indicatori macroeconomici segnalano il rischio di una recessione in Occidente. In particolare, la curva dei rendimenti statunitense rimane invertita. Il recente Senior Loan Officer Survey ha prospettato un’imminente flessione economica, con le banche che hanno inasprito i criteri di concessione dei prestiti a fronte di un calo della domanda.
In Europa, la stima flash sulla crescita del PIL per l’Eurozona nel quarto trimestre 2022 è stata di poco positiva (0,1% t/t). I singoli dati, tuttavia, mostrano una forte contrazione della spesa dei privati, oltre che un calo della fiducia dei consumatori e un clima contrastante sul piano degli investimenti.
Il PIL del Giappone nel quarto trimestre del 2022 è cresciuto di uno 0,6% su base trimestrale, evidenziando un andamento più fiacco del previsto, con quasi l’1% in meno di rispetto al tasso del quarto trimestre del 2019, prima dello scoppio della pandemia.
…più ottimismo in Oriente
Al contempo, la riapertura dell’economia cinese ha alimentato l’ottimismo per la crescita dell’Asia e la domanda di materie prime. Anche se ci vorrà del tempo prima che i miglioramenti dei principali indicatori macroeconomici riflettano l’impatto del recente allentamento delle politiche anti-Covid, i dati raccolti durante le festività del Capodanno Lunare mostrano già una forte ripresa della mobilità interna e della domanda nel settore dei servizi. Il credito bancario, che è di solito un indicatore anticipativo dell’attività economica, è cresciuto più del previsto a gennaio con un +11,1% su base annua (si veda Grafico 2).
L’impatto positivo della riapertura della Cina si diffonderà senza dubbio al resto dell’Asia, contribuendo a compensare parte del rallentamento nei mercati sviluppati. Il commercio sino-asiatico è ora più fiorente di quello sino-statunitense, motivo per cui le economie occidentali aperte più esposte alla Cina dovrebbero trarre un maggior beneficio netto dalla ripresa del colosso orientale.
Anche gli esportatori netti di materie prime, soprattutto di petrolio, beneficeranno probabilmente delle condizioni di scambio favorevoli, poiché l’incremento della domanda cinese tende a intesire al margine i mercati globali delle materie prime. Infine, le economie che dipendono dal turismo, soprattutto quelle che fanno affidamento sui visitatori provenienti dalla Cina, hanno un buon potenziale di rialzo.
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