Chi sperava in un “Dry January” sui mercati finanziari – un mese senza dover ascoltare dichiarazioni delle banche centrali – ha già dovuto ricredersi. La Federal Reserve degli Stati Uniti è tornata a dettare le regole del gioco, e le borse ne stanno risentendo.
Dall’inizio dell’anno, i mercati azionari stanno soffrendo a causa dell’aumento generalizzato dei rendimenti obbligazionari a lungo termine. Un trend che, in realtà, era già iniziato a dicembre. Se prendiamo il 13 dicembre come riferimento, nelle ultime quattro settimane le borse globali hanno perso il 3,7%, mentre i rendimenti decennali sono saliti di 36 pb negli Stati Uniti, 34 pb in Germania e 43 pb nel Regno Unito.

Nonostante, come di consueto, i volumi di scambio siano stati ridotti nelle settimane prima di Natale e nella prima di gennaio, i movimenti di mercato sono stati comunque significativi. La causa principale di questa volatilità è stato il cambio di tono della Federal Reserve durante la riunione del 17-18 dicembre, che ha spinto gli investitori a rivedere – ancora una volta – le aspettative sulla futura politica monetaria degli Stati Uniti.
Atterraggio morbido: forse non è così scontato?
Il rapporto sull’occupazione pubblicato il 10 gennaio ha confermato la solidità del mercato del lavoro statunitense: a dicembre sono stati creati 256.000 nuovi posti di lavoro. Questo dato potrebbe giustificare l’approccio prudente della Fed.
Con l’inflazione ancora sotto i riflettori, il presidente della Fed, Jerome Powell, ha dichiarato: “Abbiamo ancora del lavoro da fare [sull’inflazione] e la politica monetaria deve rimanere restrittiva per raggiungere questo obiettivo”.
Altri membri della banca centrale hanno sottolineato che prima di tagliare ulteriormente i tassi d’interesse, vogliono vedere l’inflazione tornare chiaramente verso il target del 2%. Powell ha anche precisato che le previsioni di alcuni funzionari tengono conto dell’impatto che le proposte economiche di Donald Trump potrebbero avere sull’inflazione. In particolare, ha fatto riferimento alle stime della Fed del 2018, che valutavano l’effetto dell’aumento delle tariffe doganali sui prezzi.
I primi risultati dell’ultimo sondaggio sulla fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan mostrano che, a gennaio, le aspettative di inflazione a 1 e 3 anni sono salite al livello più alto dell’ultimo anno.
I mercati dei futures, intanto, non prevedono alcun taglio dei tassi nei primi tre incontri di politica monetaria (gennaio, marzo e maggio) e ne stimano al massimo uno entro la fine dell’anno. Questo scenario è più restrittivo di quello delineato dalla Fed nella riunione di dicembre.
Anche i grandi intermediari stanno rivedendo le loro previsioni: molti ora si aspettano un mantenimento dello status quo nel primo trimestre, seguito da uno o due tagli. La maggior parte degli osservatori concorda sul fatto che il ciclo di allentamento monetario negli Stati Uniti stia giungendo al termine.
Alcuni esponenti della banca centrale hanno sottolineato che con il taglio di dicembre e un tasso d’interesse nella fascia 4,25%-4,50%, la politica monetaria americana potrebbe già essere stata ricalibrata.
Recentemente, però, il governatore della Fed di St. Louis, Alberto Musalem, ha suggerito che, nonostante l’attuale livello dei tassi, le condizioni finanziarie stanno ancora sostenendo l’economia.
Dall’altro lato, il governatore Christopher Waller si è invece distinto per un’opinione più favorevole a nuovi tagli, sostenendo che ulteriori riduzioni sarebbero giustificate.

Desincronizzazione
Ad ogni modo, tra gli esperti di politica monetaria sta emergendo un nuovo consenso, che potrebbe essere riassunto con un semplice “wait and see” (aspettiamo e vediamo), mentre altre grandi economie sviluppate (con l’eccezione del Giappone) dovrebbero continuare il loro ciclo di allentamento monetario.
Oltre alla già citata pressione al rialzo sui rendimenti obbligazionari a lungo termine, un altro effetto evidente dell’attuale scenario di maggiori rendimenti obbligazionari si è manifestato sul mercato valutario.
L’Indice del dollaro US (calcolato rispetto a un paniere composto da euro, yen, sterlina, dollaro canadese, corona svedese e franco svizzero) ha guadagnato il 2,6% a dicembre e ha proseguito la sua corsa, raggiungendo il suo livello più alto dal novembre 2022 con un incremento dell’1,1% rispetto alla fine del 2024.

Il rafforzamento del dollaro è stato rapido e ha toccato livelli simbolici: il 13 gennaio, ad esempio, il cambio EUR/USD è sceso sotto quota 1,02. Questa dinamica potrebbe spingere le autorità a intervenire sui mercati valutari. Quando lo yuan cinese si è avvicinato ai minimi storici, Pechino ha lanciato un chiaro avvertimento, dichiarando che sarebbero state adottate misure per stabilizzare le aspettative e “correggere i comportamenti pro-ciclici del mercato”.
La BCE pronta a nuovi tagli, ma fino a che punto?
Di fronte a prospettive di crescita economica fiacca, i governatori della Banca Centrale Europea (BCE) sembrano quasi tutti allineati su un punto: nel 2025 ci saranno nuovi tagli dei tassi d’interesse.
Il governatore della Banque de France (8 gennaio) ha dichiarato: “Se il calo dell’inflazione sarà confermato nei prossimi trimestri, come prevediamo, ha senso avvicinarsi al tasso neutrale entro l’estate senza rallentare il ritmo.” Piero Cipollone, membro del Comitato Esecutivo della BCE, ha invece sottolineato che mantenere la domanda bassa per scongiurare futuri shock inflazionistici sarebbe “controproducente”.
Il capo economista della BCE, Philip Lane, il 13 gennaio ha affermato che probabilmente ci saranno nuove misure di allentamento monetario “per sostenere la crescita economica in Europa”. Tuttavia, ha precisato che sarà necessario trovare un equilibrio: evitare sia una recessione che un rallentamento eccessivo nel ritorno dell’inflazione al target del 2% fissato dalla BCE.
Tuttavia, le aspettative che si riflettono sui mercati a termine sono cambiate. A fine dicembre, i futures scontavano tagli per un totale di 125 pb nel 2025. Oggi, le aspettative suggeriscono meno di quattro tagli [da 25 pb].
L’andamento del cambio EUR/USD potrebbe non essere estraneo a questi ripensamenti, anche se la BCE non si è ancora espressa sul livello dell’euro.
Più esposizione alle azioni USA come primo passo dell’anno.
La divergenza tra le economie è evidente nei dati più recenti e avrà impatti sui mercati finanziari e sulle attese di politica monetaria. A breve termine, un cambio improvviso di trend sembra improbabile.
Tuttavia, crediamo che l’economia statunitense possa riuscire in un atterraggio morbido e che escludere una recessione negli USA nel 2025 sia una previsione ragionevole. Questo è un contesto favorevole per gli asset rischiosi. Inoltre, l’outlook sugli utili delle aziende americane è promettente – anche per le small cap che potrebbero beneficiare delle misure protezionistiche in arrivo.
Le aspettative degli analisti per le azioni che compongono l’indice prettamente tecnologico Nasdaq restano favorevoli. Tuttavia, come visto a dicembre, la politica monetaria della Fed sarà determinante per il mercato dei Treasury e, di conseguenza, per le azioni, soprattutto per i grandi titoli tecnologici.
I primi mesi dell’anno potrebbero essere caratterizzati da una forte differenziazione tra settori, stili di investimento e capitalizzazioni, il che richiederà una gestione attiva e attenta. In quest’ottica, espandere e diversificare l’esposizione alle azioni USA, andando oltre i grandi titoli tecnologici, ci sembra un primo passo strategico.