Sebbene la nuova amministrazione Trump abbia creato una serie di incertezze per i mercati, i recenti dati economici e i segnali politici provenienti dagli Stati Uniti e dall’Europa continuano a suggerire che il ciclo di tagli ai tassi d’interesse si protrarrà fino al 2025. Gli investitori però hanno ridimensionato l’entità dell’allentamento previsto negli Stati Uniti, aumentando invece le aspettative di riduzione dei tassi di riferimento nell’Eurozona.
Nel frattempo, l’economia cinese ha sorpreso con un altro mese di ripresa nel settore manifatturiero. Pechino ha emesso con successo titoli sovrani a un costo paragonabile a quello dei Treasury statunitensi, con un’emissione sottoscritta ben 20 volte.
Proseguimento dell’allentamento fino al 2025
I dati hanno mostrato che l’economia statunitense è cresciuta del 2,8% nel terzo trimestre, sostenuta da una solida espansione dei consumi nell’ordine del 3,0%. Le pressioni sui prezzi sono rimaste al di sotto del 2,0%, con un’inflazione core della spesa per consumi personali (PCE) rallentata più del previsto nel corso del trimestre. Al contempo, i prezzi PCE core di ottobre sono saliti al 2,8% dal 2,7%, ma le richieste iniziali di sussidi ai disoccupati sono risultate inferiori alle attese.
Questi dati non hanno riservato sorprese. Di conseguenza, gli investitori continuano a prevedere che la Federal Reserve (Fed) taglierà i tassi di riferimento di altri 25 pb alla prossima riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) del 17-18 dicembre. Di recente, il presidente della Fed Jerome Powell ha più volte sottolineato di essere fiducioso che l’inflazione core continuerà a scendere verso il target del 2,0% fissato dalla banca centrale, grazie anche al continuo incremento della produttività del lavoro (si veda Grafico 1).

In Europa, diversi fattori sostengono la posizione accomodante della BCE
- Innanzitutto, le minacce del neoeletto presidente americano Donald Trump in materia di dazi sulle importazioni hanno suscitato preoccupazioni sulle prospettive di crescita dell’Europa.
- In secondo luogo, sebbene l’inflazione primaria nell’Eurozona sia salita dal 2,0% su base annua (a/a) al 2,3% a novembre, l’aumento è dovuto principalmente agli effetti base. In particolare, l’inflazione dei servizi è scesa, seppur lievemente, dal 4,0% a/a al 3,9%, mantenendo l’inflazione core al 2,7% su base annua – dato rimasto invariato da ottobre.
- Infine, la fiducia dei consumatori è diminuita a novembre, interrompendo il trend rialzista iniziato alla fine del 2023.
Nella regione Asia-Pacifico, la scorsa settimana la Reserve Bank of New Zealand ha tagliato il tasso ufficiale di 50 pb per la seconda volta consecutiva, portandolo al 4,25%. La banca ha inoltre fornito una forward guidance accomodante, segnalando ulteriori tagli nel 2025.
In Corea del Sud, la banca centrale ha tagliato a sorpresa il tasso ufficiale di 25 pb al 3,0%, cambiando l’orientamento della politica monetaria per arrestare il rallentamento della crescita del PIL in un contesto di moderazione dell’inflazione.
Cina: la ripresa continua
Il settore manifatturiero ha continuato a beneficiare dei recenti stimoli politici, con l’indice dei responsabili degli acquisti (PMI) del settore manifatturiero salito a 50,3 a novembre – il secondo aumento mensile consecutivo dall’aprile 2024 (si veda Grafico 2).
Il recente sostegno politico dovrebbe stimolare l’espansione del PIL, che potrebbe raggiungere l’obiettivo del 5,0% per l’anno in corso.

Li Daokui, una figura influente nei circoli politici cinesi, ha dichiarato che, da settembre, Pechino ha cambiato strategia macroeconomica, dando priorità alla crescita. Ex membro del Comitato di politica monetaria della People’s Bank of China (PBoC) e attualmente professore di economia all’Università Tsinghua, Daokui ha sostenuto che i responsabili politici hanno finalmente ammesso che l’allentamento delle politiche degli ultimi anni non è riuscito a rivitalizzare il settore privato e le amministrazioni locali.
Daokui ha inoltre sottolineato che le misure a breve termine includeranno altri 10.000 miliardi di RMB (1.370 miliardi di USD) di riduzione del debito, oltre ai 10.000 miliardi di RMB già annunciati.
Sembra che i primi 10.000 miliardi di RMB saranno destinati al pagamento di appaltatori e stipendi, come previsto, mentre gli altri 10.000 miliardi serviranno a sostituire i debiti esistenti e a finanziare nuove spese. Quest’ultima misura punta a sostenere i consumi, includendo un’espansione del programma “rottamazione con incentivo” finalizzato ad aumentare le vendite di auto, e stimoli per il settore immobiliare, tra cui un ulteriore allentamento delle restrizioni politiche.
In sintesi, Pechino è pronta a contrastare gli effetti delle previste minacce tariffarie statunitensi con politiche più aggressive per stimolare il settore interno.
Obbligazioni sovrane cinesi in dollari US
Un fatto particolarmente degno di nota è l’emissione da parte della Cina di 2 miliardi di dollari in obbligazioni sovrane a Riyadh, in Arabia Saudita, poco più di una settimana fa. Questa mossa ha attirato l’attenzione degli investitori istituzionali. Infatti, sebbene i mercati globali abbiano fatto finta di niente, potrebbero esserci implicazioni per il segmento obbligazionario in dollari.
- In primo luogo, le obbligazioni cinesi con scadenze a tre e cinque anni sono state sottoscritte quasi 20 volte – un livello ben superiore rispetto alla media di due o tre volte delle aste dei Treasury statunitensi. La forte domanda di debito sovrano cinese in dollari sembra sottolineare una diversificazione del rischio globale rispetto al dollaro US.
- In secondo luogo, lo spread dei tassi d’interesse rispetto ai Treasury è stato di soli 1-3 punti base, indicando che la Cina (con un rating di credito di A+/A-1 da S&P) è riuscita a prendere in prestito dollari a tassi quasi equivalenti a quelli del governo americano (con un rating di credito maggiore pari ad AA+/A-1 da S&P). Lo troviamo molto interessante.
- In terzo luogo, le obbligazioni cinesi sono state emesse a Riyadh, fatto insolito se si considera che le obbligazioni sovrane sono tipicamente emesse nei principali centri finanziari. Questo potrebbe indicare legami più stretti tra l’Arabia Saudita e la Cina, due paesi che hanno già avviato discussioni bilaterali per il commercio di petrolio basato sul renminbi.
In particolare, emettendo obbligazioni in dollari in un centro finanziario più piccolo, la Cina entra in diretta concorrenza con i Treasury statunitensi per il finanziamento, offrendo quasi lo stesso tasso d’interesse. La forte domanda di obbligazioni cinesi può essere vista come un segnale che la Cina potrebbe diventare, nel tempo, un’alternativa nella gestione della liquidità in dollari nel sistema finanziario globale.
Se la Cina iniziasse a emettere un volume maggiore di obbligazioni sovrane in USD e fosse in grado di stabilirne i prezzi a tassi simili a quelli dei Treasury, potrebbe offrire agli investitori e ai paesi un’opzione per investire i loro capitali in dollari in titoli di Stato cinesi. Un tale reindirizzamento dei flussi di dollari dai Treasury statunitensi ai titoli sovrani cinesi potrebbe mettere sotto pressione gli sforzi degli Stati Uniti per finanziare i propri deficit di bilancio e disavanzi delle partite correnti. A quel punto, le implicazioni per il mercato dei Treasury sarebbero enormi.