Weekly Market Update – Oltre la geopolitica

Negli ultimi tempi, la geopolitica è tornata a dominare le prime pagine dei giornali, influenzando pesantemente i mercati finanziari. Se il conflitto in Medio Oriente dovesse peggiorare, potremmo assistere a un forte aumento dei prezzi del petrolio, con conseguenze negative su inflazione, crescita economica e asset rischiosi.

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Al 25 giugno, data in cui è stato scritto questo articolo, sembra esserci un fragile cessate il fuoco nella regione. Tuttavia, gli investitori continuano a monitorare la situazione per capire se la calma sia reale o solo temporanea.

Finora, però, la reazione dei mercati agli scontri tra Israele e Iran è stata limitata: ad esempio, il prezzo del petrolio Brent è salito di appena 10 dollari al barile e poi è tornato a scendere.

Questo ci consente di analizzare i dati economici più recenti con una certa tranquillità. Il dato economico più importante degli ultimi giorni è stato l’indice dei responsabili degli acquisti (PMI) di giugno. Questo indicatore mostra una crescita stabile negli Stati Uniti, mentre l’Europa continua a faticare.

Industria europea in difficoltà per via dei dazi statunitensi

Nel settore manifatturiero europeo, le preoccupazioni maggiori riguardano i dazi imposti dagli Stati Uniti. I tre principali paesi europei che hanno pubblicato i loro dati (Francia, Germania e Regno Unito) segnalano ancora una contrazione dell’attività industriale. In Francia il calo si è accentuato, mentre in Germania e Regno Unito si è leggermente attenuato (si veda Grafico 1).

Per ora, i dazi “reciproci” americani sono sospesi (fino alla prossima revisione del 9 luglio), ma restano quelli di base del 10%, con tariffe più alte su settori specifici come acciaio e alluminio.

Anche se questi dazi pesano sul comparto industriale, il PMI europeo era già sotto quota 50 (soglia che indica contrazione) da diversi mesi prima della loro introduzione. Questo suggerisce che le difficoltà siano più ampie e strutturali. Una ripresa potrebbe arrivare grazie a maggiori investimenti in infrastrutture e difesa, ma ci vorrà tempo.

Grafico 1
Gli indici dei responsabili degli acquisti mostrano l’impatto dei dazi sull’Europa

Dati al 24 giugno 2024. *Institute for Supply Management. Fonti: FactSet, BNP Paribas Asset Management.

A differenza dell’Europa, negli Stati Uniti il PMI manifatturiero ha sorpreso positivamente con un valore di 52,0. Come previsto dall’amministrazione, i dazi stanno avvantaggiando i produttori americani – almeno quelli che non dipendono dalle importazioni per le materie prime.

Tuttavia, l’indice dell’attività manifatturiera dell’Institute for Supply Management ha registrato un valore inferiore a 50 nel mese di maggio. La prossima settimana si capirà se questo segnale contraddittorio verrà confermato.

Anche nel settore dei servizi si è registrato un arretramento dell’attività in Francia e Germania, mentre nel Regno Unito è rimasta stabile e in espansione, compensando in parte le deboli vendite al dettaglio di maggio.

L’impatto dei dazi sull’attività nei servizi dovrebbe essere minimo, il che lascia intendere che il rallentamento sia legato a problemi più ampi. I dati appaiono particolarmente preoccupanti considerando che la Banca Centrale Europea ha iniziato a ridurre il tasso di interesse principale già da settembre dello scorso anno.

Ancora una volta, in netto contrasto, il settore dei servizi negli Stati Uniti ha continuato a espandersi a un ritmo sostenuto (indice a 53,1).

I mercati riflettono il divario tra Europa e Stati Uniti

La divergenza nell’andamento economico tra le due sponde dell’Atlantico si riflette anche nelle recenti performance dei mercati azionari. Finora, nel mese di giugno, l’indice MSCI Europe è sceso dell’1% in valuta locale, mentre lo S&P 500 è salito del 3%.

I rendimenti dei titoli di Stato decennali americani e tedeschi (Treasury e Bund) sono rimasti vicini al limite inferiore della fascia in cui si muovono da diverse settimane, segno che le preoccupazioni dei mercati per il crescente deficit di bilancio statunitense e per il “Big Beautiful Bill” di Donald Trump sono, almeno per ora, marginali.

Il dollaro si è stabilizzato dopo gli annunci tariffari del “Giorno della liberazione”, ma l’indice DXY – che misura la forza del dollaro rispetto a un paniere di sei valute dei mercati sviluppati – è ancora inferiore del 10% rispetto all’inizio dell’anno.

Uno degli elementi chiave per comprendere questo calo è legato ai flussi di portafoglio: gli investitori stranieri stanno vendendo asset americani o sono gli americani stessi a comprare asset esteri?

I dati recentemente pubblicati dal Tesoro USA mostrano cosa è accaduto ad aprile: solitamente gli Stati Uniti registrano afflussi di capitale, che compensano il loro disavanzo delle partite correnti.

Ad aprile, invece, si è verificato il quarto maggior deflusso mensile di capitali dagli Stati Uniti dal 1978 (si veda Grafico 2). Potrebbe addirittura essere considerato il secondo più rilevante, se si escludono i due mesi record avvenuti durante la pandemia di Covid, che rappresentano un caso eccezionale.

Questi deflussi mostrano che, dopo l’annuncio dei dazi, c’è stato un netto cambiamento nella percezione degli investitori riguardo ai vantaggi di investire in asset statunitensi rispetto a quelli di altri paesi.

Considerando che, dopo la rielezione di Donald Trump, l’idea di sovrappesare le azioni americane era diventata un’opinione largamente condivisa, non sorprende che un evento che mettesse in discussione tale posizione abbia generato una reazione così forte.

Cosa riserverà il futuro?

La domanda ora è quanto a lungo continueranno questi deflussi – in altre parole, quanto durerà la tendenza a “vendere America” – e se il dollaro continuerà a perdere terreno. Solo il tempo potrà dirlo, ma è interessante notare che, dai dati più recenti sui flussi degli ETF, emerge che da aprile gli investitori europei hanno iniziato a tornare sugli asset statunitensi.

Se il dollaro dovesse indebolirsi ulteriormente, uno dei possibili beneficiari potrebbero essere le azioni dei mercati emergenti. Durante l’ultimo periodo di svalutazione prolungata del dollaro, tra il 2002 e il 2011, le Borse dei Paesi emergenti hanno sistematicamente sovraperformato quelle dei mercati sviluppati. Al contrario, non si è osservata alcuna correlazione tra l’andamento del dollaro e la performance relativa delle azioni statunitensi rispetto a quelle non statunitensi.

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