Conclusa con successo la stagione degli utili del quarto trimestre negli USA, l’attenzione degli investitori si concentra ora sui risultati delle aziende europee.
Sfortunatamente il confronto non è lusinghiero. Le aspettative erano basse per entrambe le regioni dopo che i lockdown dovuti alla pandemia avevano provocato un crollo storico del PIL. Nessuno si sarebbe stupito per un andamento negativo degli utili che invece hanno stupito, archiviando una crescita positiva, come quella riferita finora dalle società incluse nello S&P 500 (le pubblicazioni sono giunte da 396 aziende), i cui utili sono aumentati del 4% dall’ultimo trimestre del 2019 superando di gran lunga la presunta contrazione del 13%. Per contro, gli utili delle società europee (finora 199) sono calati del 10%, ovvero poco meno del 14% previsto.
BELLE SORPRESE SUL FRONTE DEGLI UTILI
Sebbene gli stimoli fiscali negli USA e le misure di blocco meno restrittive fossero già state incluse nelle stime degli analisti, le società sono comunque riuscite a superarne ampiamente le aspettative.
Un motivo è da ritrovarsi nei beneficiari della pandemia sostenuti dal tema “Internet”, come i servizi di home streaming o le società di e-commerce, che hanno continuato a generare profitti eccellenti.
L’annuncio dello scorso novembre sull’inizio delle vaccinazioni non si è ancora tradotto in una ripresa dell’attività “fuori casa”, sia perché alcune restrizioni sono tuttora in vigore, sia perché si avrà generalmente poca voglia di uscire, fare shopping o andare in ufficio finché la maggior parte della popolazione non sarà immunizzata (si veda Grafico 1).

CHI COMPRA?
Eppure, né il ritardo nella ripresa dell’attività economica né l’aumento dei rendimenti dei Treasury US a quasi l’1,13% nel segmento a 10 anni hanno destabilizzato gli investitori azionari. La scorsa settimana, gli investitori retail statunitensi hanno allocato più di 58 miliardi di dollari di nuova liquidità in fondi azionari, battendo il record di afflussi settimanali. Dal canto loro, gli investitori stranieri hanno riversato nelle azioni americane 78 miliardi di dollari solo a dicembre, mancando di poco il livello massimo di 79 miliardi registrato lo scorso maggio.
Si potrebbe concludere che è semplicemente questa ondata di liquidità a spingere al rialzo i mercati azionari, ma alcuni avvertimenti sono giustificati.
Nonostante i massicci afflussi di capitali esteri dalla scorsa primavera, a vendere agli acquirenti stranieri sono stati molti investitori nazionali statunitensi, motivo per cui i fondi azionari retail hanno in realtà registrato flussi negativi negli ultimi mesi, pur consentendo il risultato storico della scorsa settimana. L’ampia quota di afflussi denominati in dollari riflette inoltre il maggior valore del mercato; se espressi come percentuale della capitalizzazione di mercato, gli investimenti non sono poi così insolitamente elevati (si veda Grafico 2).

I PREZZI AUMENTANO PIÙ RAPIDAMENTE DEGLI UTILI?
A prescindere dai fattori che spingono al rialzo il mercato, le valutazioni riflettono un incremento dei prezzi, che sta superando quello degli utili. Gli investitori stanno già scontando i prossimi stimoli fiscali e contano ancora su una revoca delle misure restrittive per stimolare la ripresa della domanda. Resta da chiedersi se l’aumento dei prezzi non abbia già superato quello degli utili.
In alcuni segmenti del mercato sì, specialmente fra i “vincitori” della pandemia. Gli elevati rapporti prezzo-utili (P/E) di questi titoli mega cap provocano un’inevitabile distorsione del rapporto P/E dell’indice in generale.
Per soppesare le valutazioni dell’intera gamma di titoli inclusi nell’indice sarebbe meglio considerare il rapporto P/E mediano invece che quello ponderato per la capitalizzazione. Separando ad esempio il settore tecnologico (compresi internet retail, media e servizi interattivi, cinema e intrattenimento) dal resto del mercato, emerge un’evidente divergenza.
Sebbene il P/E mediano del settore tecnologico sia maggiore rispetto agli ultimi 17 anni, quello del mercato in generale è a tutti gli effetti allineato alla media di lungo termine. E dal momento che i tassi d’interesse molto bassi garantiscono un P/E più elevato sul mercato, e che gli utili dovrebbero continuare a crescere in vista di ulteriori stimoli fiscali, le valutazioni “medie” potrebbero riservare delle sorprese (si veda Grafico 3).
È chiaro dunque che fra le azioni statunitensi esistono ancora delle opportunità a prezzi ragionevoli, sebbene la capacità di selezione sia d’obbligo.
