I rischi di un surriscaldamento dell’economia statunitense sono stati segnalati mesi fa, quando però era difficile stabilire se i mercati ci credessero davvero. L’argomento è tornato alla ribalta dopo i recenti commenti del Segretario del Tesoro americano Janet Yellen, convinta che i tassi d’interesse statunitensi potrebbero tornare a salire.
I rendimenti dei Treasury US si stanno muovendo al rialzo dallo scorso novembre, in risposta sia all’aumento delle aspettative inflaazionistiche che dei rendimenti reali (rettificati per l’inflazione). L’incremento delle stime sull’inflazione è giustificato dall’enorme crollo che avevano subito durante la recessione dovuta al lockdown. Il rialzo è in gran parte previsto per il prossimo anno, dato che l’economia statunitense sembra destinata a lasciarsi alle spalle le misure restrittive, pur a fronte di un’offerta ancora limitata. Tuttavia, in un’ottica di più lungo termine (previsioni a cinque anni per i cinque anni successivi) le aspettative inflazionistiche restano al di sotto dei livelli del 2018.
Quanto ai rendimenti reali, l’aumento osservato negli USA da un lato riflette la prospettiva di una ripresa della crescita economica grazie al progresso delle vaccinazioni e ai massicci stimoli fiscali e, dall’altro lato, suggerisce come i mercati non escludano un possibile inasprimento della politica monetaria. Per un certo periodo, avrebbero infatti scontato almeno due interventi di 25 punti base ciascuno nel prossimo biennio.
La Federal Reserve da parte sua ha cercato di spiegare come questa idea sia infondata. La Banca Centrale ha infatti ribadito di non essere preoccupata delle prospettive d’inflazione e di non voler ridurre i suoi acquisti di asset nell’ambito del quantitative easing, né tanto meno aumentare i tassi finché l’occupazione non si sarà ripresa e l’inflazione non resterà stabile oltre il target del 2%.
Sembra che i mercati abbiano finalmente recepito il messaggio ad aprile, quando le stime riguardo al livello futuro dei tassi di riferimento previsti hanno iniziato a calare e con esse anche i rendimenti nominali dei Treasury.
Gli stimoli potrebbero far lievitare i tassi
I recenti commenti del Segretario del Tesoro americano Janet Yellen hanno in parte invertito questa tendenza. Diversamente dal Presidente della Fed Powell, infatti, la Yellen ha lasciato intendere che un intervento sui tassi d’interesse potrebbe rendersi necessario per prevenire “in un certo senso” il surriscaldamento dell’economia. Questo approccio è coerente con la linea che la Yellen aveva già sposato da capo della Fed tra il 2014 e il 1018, quando la banca centrale aveva aumentato i tassi di riferimento per compensare lo stimolo fornito dai tagli fiscali del governo Trump nel 2017.
Il mercato ha reagito alle dichiarazioni come prevedibile, cioè correggendo al rialzo le aspettative sull’inflazione e sui tassi di riferimento (si veda Grafico 1). Nel segmento azionario, i titoli value hanno battuto quelli growth.

Riteniamo che, pur senza un’impennata, un’inflazione maggiore del previsto rimanga uno dei principali rischi a breve termine per i mercati azionari. Diversamente da inizio anno, quando l’incremento dei tassi reali è stato accompagnato da maggiori aspettative di crescita (e quindi di utili societari più elevati), un intervento sui tassi di riferimento per contenere l’inflazione si limiterebbe ad aumentare il tasso di sconto sui profitti, senza alcun effetto di bilanciamento per gli utili.
I dati sui posti di lavoro non agricoli pubblicati questo venerdì negli USA forniranno una valida indicazione di quanto il rischio di surriscaldamento stia acquisendo importanza.
Stagione degli utili: sorpresa!
Dopo tre stagioni in cui le pubblicazioni hanno notevolmente superato le aspettative degli analisti, si pensava che gli esperti azionari avrebbero anticipato una forte crescita degli utili e adeguato le proprie stime di conseguenza.
Probabilmente l’hanno anche fatto, ma alla fine le società dello S&P 500 statunitense hanno continuato a battere le previsioni. Solo il 12% non ha superato le stime, mentre nel resto dei casi gli utili sono saliti oltre la soglia preventivata del 23,4%. L’andamento delle vendite è rimasto di gran lunga più contenuto a un mero 3,8% ma rispetto ai risultati storici è comunque impressionante (si veda Grafico 2).

La cosa probabilmente più insolita dello scorso trimestre è stata la composizione delle sorprese e delle pubblicazioni degli utili.
Come prevedibile, le società dei settori IT e servizi di comunicazione hanno evidenziato una forte crescita su base annua, superando con facilità le stime degli analisti. Inaspettatamente però anche le società nel segmento “value” sono salite oltre le attese, specialmente le banche (si veda Grafico 3).

Un anno fa, durante la recessione dovuta al lockdown, gli istituti bancari hanno accumulato cospicue riserve per colmare le possibili perdite legate a prestiti societari e personali insoluti. In realtà, i massicci aiuti governativi e il sostegno delle banche centrali hanno contenuto i livelli di insolvenza e le banche possono ora disporre a piacimento di parte di questi accantonamenti.
Infine, tra gli altri fattori che dovrebbero trainare gli utili aziendali nell’indice value per i trimestri a venire si annoverano il rincaro delle materie prime e l’aumento dei tassi d’interesse.