La velocità di incremento dei prezzi al consumo negli USA è passata dall’1,7% di febbraio al 2,6% di marzo, segnando il più cospicuo aumento su base annua da agosto 2018. Se i dati dovessero suggerire l’inizio di una nuova tendenza, non sarebbero affatto buone notizie. A nostro avviso, però, una drastica accelerazione dei prezzi è improbabile. Vero è che le prospettive sull’inflazione negli USA rimarranno il punto focale del dibattito primaverile fra investitori e banche centrali.
Perché parlare di inflazione proprio ora? Perché l’economia sta tornando a crescere
Il FMI ha appena corretto al rialzo le sue previsioni e si aspetta ora una crescita globale annua del 6%, il che equivale al tasso più elevato dal 1980, anno in cui sono iniziate le registrazioni e i confronti tra i vari paesi. Sebbene la relazione avverta della forte incertezza legata all’andamento della pandemia e si concentri piuttosto sulla valutazione a medio termine dei danni economici, il FMI specifica anche che “una via d’uscita da questa crisi sanitaria ed economica è sempre più evidente”.
Inoltre, i mercati finanziari hanno gestito senza grossi problemi la recente notizia di ulteriori ritardi nella distribuzione dei vaccini, dovuti a problemi di produzione o alla decisione di sospenderne la somministrazione per indagare su possibili effetti collaterali. In linea con questo ritrovato ottimismo, l’Indice S&P 500 ha chiuso martedì a un nuovo record, archiviando un rialzo del 4,2% da fine marzo e del 10,3% da inizio anno.
Lo scenario di una ripresa ciclica dell’economia globale nel 2021 sembra ora ampiamente consolidato, come per altro dimostrano molti indicatori. I sondaggi hanno confermato il miglioramento dell’attività, stante l’accelerazione del commercio internazionale e il ritorno dei prezzi petroliferi ai livelli di inizio 2020.
È comunque probabile che la ripresa non sarà omogenea in tutte le principali aree geografiche: la Cina e gli USA, infatti, faranno da apripista, ma il rilancio della domanda è sulla buona strada a livello globale e dovrebbe guadagnare terreno nei prossimi mesi, quando anche il settore dei servizi si rimetterà in pista grazie alla maggiore immunizzazione garantita dai vaccini.
La domanda è eccessiva?
Questa accelerazione della domanda globale è sia la fonte che la vittima dei problemi di fornitura. Per molti beni, infatti, la produzione è insufficiente a soddisfare la richiesta. Il motivo è da ritrovarsi sia nel fatto che le restrizioni dovute alla pandemia continuano a limitare l’attività, sia negli “ingorghi” che si stanno creando per la mancanza di componenti in quantità adeguate o per i pochi investimenti effettuati durante la crisi. La conseguente impasse sta destabilizzando la produzione.
Questo fenomeno si è manifestato chiaramente in Germania, dove l’output manifatturiero di febbraio è calato per il secondo mese consecutivo, malgrado i sondaggi avessero fatto sperare in un miglioramento dei dati grazie alla maggiore fiducia delle imprese. Gli arretrati negli ordini si confermano elevati, anche se la produzione sta tornando in carreggiata e potrebbe verosimilmente allinearsi ai sondaggi nei prossimi mesi. Negli Stati Uniti, gli indici dei responsabili degli acquisti hanno riferito carenze in quasi tutti i settori, esacerbate dall’ondata di gelo che ha colpito il Texas lo scorso inverno.
Questi fenomeni hanno comunque natura transitoria e le catene di produzione riusciranno ad adattarsi. Vero è che i prezzi dei produttori hanno subito un’impennata più brusca del previsto, come osservato sia in Cina (+4,4% su base annua a marzo, a segnare il rialzo più elevato da luglio 2018) che negli USA (+4,2% ovvero il rialzo più elevato da settembre 2011).
Come si sta muovendo l’inflazione?
La risposta è: al rialzo. Bisogna preoccuparsi? No, ma servono comunque un paio di spiegazioni.
- Innanzitutto il nesso fra prezzi di produzione e prezzi al consumo è piuttosto sottile. Poiché la pressione al rialzo a monte del processo produttivo dovrebbe essere temporanea, è improbabile che le aziende trasferiranno questi rincari ai clienti.
- In secondo luogo, da una prospettiva statistica, lo scorso anno è stato piuttosto difficile misurare l’inflazione, per svariati motivi. Durante il lockdown, ad esempio, è stato semplicemente impossibile raccogliere i dati. Inoltre, anche la composizione dei consumi è radicalmente cambiata (più generi alimentari e meno servizi).
- Infine, la ripresa di alcune attività provoca delle distorsioni nei prezzi.

Negli USA, l’indice dei prezzi al consumo (CPI) è salito dello 0,6% tra febbraio e marzo o dello 0,3% se si escludono generi alimentari ed energia. Questo aumento dell’inflazione è in parte riconducibile al rincaro di hotel, voli aerei (trasporti in generale) e attività di intrattenimento. A sorpresa, anche i prezzi delle auto sono nettamente aumentati e ad imprimere un notevole slancio all’inflazione core sono stati pure i costi degli alloggi. Infine, cominciano a farsi sentire gli effetti di base dei prezzi dell’energia. Tutti questi costi sembrano destinati a salire ulteriormente nei prossimi mesi.
In questo contesto, secondo il parametro che la Federal Reserve statunitense monitora con più attenzione – ovvero la spesa al consumo personale core (PCE), esclusi i segmenti più volatili dei generi alimentari e dell’energia – l’inflazione dovrebbe superare il 2% su base annua (rispetto all’1,4% di febbraio) nei prossimi mesi.
Un tale scenario è coerente con le prospettive della Fed (+2,2% nel quarto trimestre del 2021). Resta da vedere se nei prossimi trimestri ci sarà anche un rafforzamento dei dati tale da costringere la banca centrale a inasprire la sua politica monetaria prima di quanto previsto dal suo regime flessibile di inflazione media.
Quali sono le implicazioni per i mercati?
Il messaggio della Fed non è cambiato. Il Presidente Jerome Powell ha ribadito che servirà un “progresso sostanziale” verso la piena occupazione e i target d’inflazione – le condizioni necessarie ad avviare una normalizzazione della politica monetaria – non solo in teoria, ma anche nella pratica. Inoltre, ha sottolineato come le temporanee pressioni inflazionistiche difficilmente cambieranno l’approccio psicologico degli operatori economici in modo da innescare un incremento duraturo dell’inflazione.
Per il momento, l’atteggiamento attendista della Fed ha convinto solo in parte gli investitori. I mercati, infatti, anticipano un primo aumento dei tassi d’interesse già nel 2022, sebbene i recenti sviluppi non giustifichino un rifiuto categorico delle prospettive della Fed. Dopo l’aumento di quasi 100 punti base in occasione delle elezioni dello scorso novembre, le pressioni al rialzo sui tassi d’interesse statunitensi a lungo termine si sono affievolite. Il 13 aprile, il rendimento dei Treasury decennali era sceso all’1,61% dall’1,74% di fine marzo.
Inoltre, le aspettative basate sul mercato per il tasso d’inflazione futuro, deducibili dai rendimenti delle obbligazioni indicizzate all’inflazione, oscillano da inizio anno tra il 2,25% e il 2,45% (2,43% il 14 aprile per gli swap d’inflazione 5Y5Y). Pertanto le stime sono allineate al target della Fed.
Condizioni ancora favorevoli per le azioni
Malgrado i dubbi più o meno giustificati sulle previsioni inflazionistiche, la politica monetaria e i tassi dovrebbero continuare a sostenere gli asset rischiosi nei prossimi mesi. La prospettiva di una ripresa ciclica continuerà verosimilmente a favorire le azioni a medio termine, anche se alcuni fattori tecnici potrebbero alimentare i timori di possibili correzioni nel prossimo futuro.
Ovviamente gli investitori azionari sono preoccupati anche per il tema dell’inflazione/reflazione. Di conseguenza, l’imminente stagione degli utili del primo trimestre accenderà i riflettori sulle dichiarazioni delle aziende riguardo all’outlook. Particolarmente importanti saranno i commenti riguardo al contenimento del coronavirus, alla carenza di chip per computer o ad altri blocchi nella catena logistica che potrebbero ostacolare la crescita futura degli utili. Tutto questo fornirà chiare indicazioni sulla capacità delle aziende di preservare i propri margini.
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