La tendenza alla vendita dei Treasury US si è invertita la scorsa settimana, con i rendimenti decennali in calo dal massimo infragionarliero dell’1,75% del 18 marzo. Il declino è ascrivibile principalmente alla riduzione dei rendimenti reali, visto che le aspettative inflazionistiche sono rimaste ampiamente stabili. Un’inversione è stata osservata anche nella recente performance dei titoli value, che hanno perso terreno sulle controparti growth.
Il cambio di passo nei rendimenti dei Treasury US ha fatto seguito all’annuncio della Federal Reserve statunitense (la Fed) secondo cui l’aumento non sarebbe così preoccupante, visto che rifletterebbe una più vigorosa crescita economica (e quindi un incremento dei rendimenti reali) e delle aspettative inflazionistiche (che è esattamente ciò che vuole la Fed).
Al contrario, l’idea di un possibile rialzo dei tassi di riferimento è stata meno apprezzata. A questo proposito, la Banca Centrale ha lasciato intendere che il mercato sarebbe eccessivamente zelante nel credere che i tassi sui fondi federali (fed fund) aumenteranno così tanto e così presto quanto farebbero pensare i mercati dei futures.
Il concetto è stato ribadito con la pubblicazione del “dot plot” della Fed, che mostra le aspettative delle autorità politiche sul tasso dei fed fund nei prossimi due anni. Solo 7 banchieri centrali su 18 prevedono un aumento dei tassi di riferimento entro il 2023.
Il messaggio della Fed ha funzionato?
Il mercato ha reagito in modo inaspettato: invece di calare, le prospettive di un incremento dei tassi sono aumentate (si veda Grafico 1). Questo andamento riflette probabilmente lo scetticismo degli operatori riguardo alla capacità di resistenza della Fed, che potrebbe vedersi costretta ad inasprire la sua politica quando l’inflazione primaria tornerà a salire durante l’estate.
L’inversione di tendenza dei rendimenti statunitensi si è tradotta in una sottoperformance dei titoli value rispetto a quelli growth (si veda Grafico 2). Per contro, gli omologhi europei hanno mostrato una maggiore resilienza, anche perché la precedente ripresa era stata meno marcata.
Diversamente dalla Fed, che è meno preoccupata per l’aumento dei tassi d’interesse nel mercato americano, la Banca Centrale Europea ha ampliato il volume di acquisti obbligazionari per prevenire un aumento eccessivo dei rendimenti nella zona euro.


La principale dinamica nei mercati azionari resta una rotazione dal segmento growth a quello value, più che dai titoli difensivi a quelli ciclici o dalle società ampia capitalizzazione alle small cap. Dall’inizio dell’ultimo incremento dei rendimenti dei Treasury US il 15 febbraio, gli indici orientati alla crescita hanno nettamente sottoperformato le controparti improntate al valore, mentre il divario fra le altre coppie si è ristretto.
Le azioni europee sono riuscite a battere quelle statunitensi, malgrado la sempre più ampia divergenza nelle aspettative di crescita fra le due regioni. La sovraperformance però non è riconducibile a un andamento migliore dei titoli value europei – che al contrario hanno faticato a tenere il passo con quelli d’oltreoceano – bensì alla resilienza delle azioni growth. Questo segmento è meno esposto al settore tecnologico sensibile ai tassi d’interesse (si veda Grafico 3).

Un quadro economico più roseo
I dati economici hanno generalmente superato le aspettative, soprattutto per quanto riguarda gli indici flash dei responsabili degli acquisti di marzo. I PMI del settore manifatturiero stanno archiviando ottime performance ormai da qualche mese, visto che le misure restrittive non hanno impedito ai consumatori di continuare ad acquistare su internet merci che vanno prodotte. Tutt’altra traiettoria si osserva invece per il PMI del settore dei servizi, fatta eccezione per gli Stati Uniti.
Dai dati flash emerge come l’economia britannica stia tornando in territorio positivo, mentre l’Eurozona si muove ancora a fatica (si veda Grafico 4). Nel breve termine questo indicatore rimarrà verosimilmente fiacco per la zona euro, dove molti paesi stanno inasprendo le limitazioni per contrastare la terza ondata di coronavirus. Ad ogni modo, le prospettive di medio termine si confermano rosee: il proseguimento delle vaccinazioni, infatti, dovrebbe permettere ai governi di revocare i lockdown.

Crollo delle vendite al dettaglio negli USA
Un indicatore chiave particolarmente sorprendente è stato quello relativo alle vendite al dettaglio negli USA (escluse auto e benzina). Con un -3,3% rispetto al mese precedente, questo dato ha deluso le aspettative, che prevedevano un calo limitato allo 0,5%. Il motivo è da ritrovarsi almeno in parte nella revisione al rialzo dell’aumento delle vendite rispetto al mese precedente dal 6,1% all’8,5%, che si traduce in una media mobile bimestrale di appena lo 0,2% in meno.
Un’altra spiegazione per la flessione della spesa al consumo è la recente erogazione degli incentivi di governo, che sono stati depositati come risparmi piuttosto che destinati agli acquisti. Sembra comunque che almeno parte del denaro sia confluito in investimenti azionari.
Gli afflussi di fondi nelle ultime settimane sono stati positivi nella maggior parte delle regioni, sebbene abbiano semplicemente controbilanciato i deflussi registrati all’inizio dell’anno (si veda Grafico 5). Cospicui sono stati invece gli investimenti della scorsa settimana – la prima in quasi un anno in cui i fondi azionari hanno registrato degli afflussi, mentre quelli obbligazionari hanno subito qualche deflusso.
