I prezzi del petrolio sono scesi molto più rapidamente di quanto molti analisti si aspettassero dopo l’annuncio del Memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran.
A cura di Daniel Morris, Chief Market Strategist
Nonostante i ritardi nel ripristino del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz e i danni alle infrastrutture in Medio Oriente, le quotazioni del greggio sono tornate verso i livelli precedenti alla guerra, anche se non ancora sui minimi toccati a gennaio. Un dato importante per l’Europa è che i prezzi del gas naturale restano ancora elevati (come mostra il Grafico 1).

I mercati azionari hanno accolto positivamente gli sviluppi geopolitici. Gli indici non tecnologici, come il Russell Value o l’MSCI Europe, hanno guadagnato tra il 2% e il 3% dall’inizio di giugno.
Questa performance contrasta con l’andamento dei titoli tecnologici negli Stati Uniti e nei mercati emergenti, dove gli indici hanno perso tra il 2% e il 4%. Il calo riflette le preoccupazioni degli investitori per un eccesso di entusiasmo sui mercati, in particolare per le azioni coreane. Le scommesse tramite ETF a leva su ulteriori rialzi suggerivano infatti che le valutazioni stessero diventando troppo tirate.
Anche l’indice Nasdaq ha dovuto fare i conti con aspettative leggermente più elevate sui tassi di riferimento, dopo la conferenza stampa dal tono restrittivo della Federal Reserve a metà giugno.
Dati economici
I dati economici continuano a indicare una nuova accelerazione dell’attività negli Stati Uniti, mentre in Europa il quadro resta caratterizzato da contrazione o crescita debole. L’indice PMI dei servizi statunitense è salito ulteriormente in territorio espansivo, cioè sopra quota 50, mentre gli stessi indicatori per le principali economie europee sono rimasti ben al di sotto.
Il PMI manifatturiero degli Stati Uniti ha raggiunto il livello più alto degli ultimi quattro anni, nonostante – o forse proprio a causa – dei dazi. I dati dell’Europa continentale sono invece risultati più modesti (Grafico 2). Poiché l’aumento dei prezzi dell’energia tende a pesare più sulla manifattura che sui servizi, la debolezza dei dati europei sui servizi è particolarmente preoccupante.
Non tutti i dati provenienti dagli Stati Uniti, però, sono incoraggianti. La revisione finale del PIL statunitense del primo trimestre ha alzato la crescita dall’1,6% al 2,1%. Gli investimenti delle imprese legati all’intelligenza artificiale restano solidi, mentre il contributo negativo delle esportazioni nette alla crescita è risultato meno marcato. Gran parte della spesa in conto capitale per l’IA, infatti, è destinata all’importazione di chip semiconduttori, peggiorando così la bilancia commerciale.
Il dato più preoccupante riguarda la domanda dei consumatori, rivista al ribasso da un già modesto 1% allo 0,4%. La media di lungo periodo della spesa per consumi personali, al netto delle fasi recessive, è pari al 2%. Questi numeri suggeriscono che il consumatore statunitense potrebbe essere sotto pressione.
Guardando a quello che potrebbe essere il dato sulla spesa per consumi personali nel secondo trimestre, le vendite al dettaglio negli Stati Uniti si sono mosse a un ritmo ancora più debole. Va detto, però, che lo stesso vale anche per gran parte dell’Europa (si veda il Grafico 3).
Con l’attività delle imprese che appare ancora solida, il consumatore resta il principale punto di vulnerabilità per i mercati azionari statunitensi.
Fonti dei dati: FactSet, BNP Paribas Asset Management; al 25 giugno 2026, salvo diversamente specificato. Le performance passate non vanno considerate indicative di rendimenti futuri.

