View from the Markets: Non è solo l’Iran

A cura di Daniel Morris, Chief Market Strategist

La guerra in Iran continua a essere il fattore più visibile che sta guidando l’andamento dei mercati azionari globali. Per esempio, l’indice azionario MSCI della Norvegia, paese esportatore di petrolio, è salito di oltre il 6% dal 27 febbraio, mentre la Thailandia, che importa petrolio, ha visto il proprio mercato scendere di quasi la stessa percentuale.

Contrariamente all’idea, rivelatasi errata, di molti investitori, secondo cui i mercati avrebbero reagito a un attacco all’Iran in modo simile a quanto accaduto dopo la guerra dei 12 giorni dello scorso anno, i mercati azionari si sono invece mossi più come fecero dopo lo scoppio della Guerra del Golfo nel 1990.

È un paragone preoccupante, perché in quel caso le azioni globali finirono per perdere il 18% nei due mesi successivi all’inizio del conflitto, prima di toccare il minimo. Nello stesso periodo, i prezzi del petrolio salirono dell’85%.

La ragione di quel calo prolungato nel 1990 fu che coincise con una recessione negli Stati Uniti, in parte provocata proprio dallo shock petrolifero. Inoltre, i tassi d’interesse erano elevati – il tasso sui federal fund era all’8% – e la crisi delle saving and loan aveva provocato una stretta del credito. Oggi l’economia statunitense si trova in una posizione di gran lunga migliore, anche se l’ultima revisione dei dati sul PIL del quarto trimestre mostra che la crescita ha rallentato bruscamente rispetto ai due trimestri precedenti.

Se i comparti del mercato azionario USA più sensibili al petrolio (misurati dall’Indice Dow Jones US Industrials) hanno avuto rendimenti simili a quelli del 1990, il settore tecnologico ha fatto molto meglio, contribuendo a una sovraperformance dello S&P 500 (si veda il Grafico 1). Vale la pena notare che il calo dei mercati azionari nel 1990 rispecchiò l’aumento dei prezzi del petrolio. Se oggi dovessimo assistere a una stabilizzazione del petrolio intorno ai 100 dollari al barile, anche i mercati azionari potrebbero stabilizzarsi.

Questa dinamica mette in luce un elemento chiave dei recenti rendimenti di mercato che potrebbe essere passato inosservato, vista l’attenzione dei titoli di giornale sulle oscillazioni quotidiane del petrolio e sui conseguenti movimenti delle borse.

Un fattore importante dietro i recenti rendimenti azionari è stato infatti lo smontaggio di posizioni lunghe e corte molto estese che si erano accumulate nel mese di febbraio, molte delle quali legate alla volatilità dei settori collegati all’intelligenza artificiale (si veda Grafico 1).

Per esempio, il comparto che ha contribuito maggiormente al calo del 4,2% dell’indice MSCI All Country World (in valuta locale, dal 27 febbraio 2026) è stato quello finanziario, penalizzato almeno in parte dalle persistenti preoccupazioni sul credito privato. La debolezza dei beni strumentali riflette l’aumento dei prezzi del petrolio e i timori per la crescita globale, ma non va dimenticato il calo dei titoli dell’hardware tecnologico e dei semiconduttori, che a febbraio avevano registrato forti guadagni.

Il dato negativo del settore metalli e miniere rispecchia la discesa dei prezzi di oro e argento, che in precedenza erano stati tra i miglior performer. Sul fronte opposto, i titoli energetici hanno naturalmente fatto bene, ma anche il rialzo dei titoli software è un altro esempio dell’inversione rispetto ai rendimenti settoriali di febbraio.

Per gli investitori, le implicazioni sono due. Da un lato, potrebbe essere utile preparare un elenco di allocazioni legate all’andamento del petrolio da effettuare quando la guerra in Iran finirà, prevedendo un’inversione tra i settori che fino a quel momento avranno vinto e quelli che avranno perso.

Dall’altro lato, è necessario continuare a mantenere una visione sui settori legati all’AI e valutarne l’attrattività sulla base delle prospettive degli utili e delle valutazioni di mercato in quel momento, con il vantaggio che allora il posizionamento degli investitori dovrebbe auspicabilmente essere meno estremo, e quindi i prezzi meno esposti a forti oscillazioni.

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