View from the Markets: Impatti divergenti: perché le azioni europee stanno sottoperformando?

Si tende a dare per scontato che la guerra in Iran abbia avuto conseguenze economiche peggiori per l’Europa rispetto agli Stati Uniti. Il motivo è semplice: l’Europa importa energia, mentre gli Stati Uniti ne sono esportatori.

A cura di Daniel Morris, Chief Market Strategist  

Dal punto di vista del PIL, questa lettura è certamente corretta. Le esportazioni nette dovrebbero migliorare per gli Stati Uniti e peggiorare per l’Europa.

Tuttavia, l’impatto sull’attività delle imprese e sulla domanda dei consumatori non è necessariamente così diverso. Per un’azienda o per un consumatore, infatti, cambia poco se l’energia diventata più cara sia stata importata oppure prodotta a livello domestico.

Ciò che conta è l’aumento del prezzo. È vero che il Brent, il petrolio di riferimento per l’Europa, è salito più del West Texas Intermediate, o WTI, il benchmark statunitense. Tuttavia, la differenza non è stata così marcata. Negli ultimi due mesi il “premio” del Brent, cioè quanto il suo prezzo sia aumentato rispetto al WTI, è stato in media appena del 7%, anche se per alcuni giorni ha superato il 20% (si veda il Grafico 1).

Questo premio, però, non sembra sufficiente a spiegare un indebolimento molto più pronunciato dell’economia europea. Anzi, si potrebbe sostenere che l’impatto del rincaro dell’energia sia potenzialmente maggiore negli Stati Uniti.

In media, un automobilista americano percorre ogni anno circa il doppio dei chilometri rispetto a un automobilista europeo. Inoltre, negli Stati Uniti i costi di trasporto pesano di più sui costi del settore dei servizi, anche per via delle maggiori dimensioni fisiche del mercato. Dall’altra parte, però, il settore manifatturiero ha un peso più elevato nell’economia europea, pari a circa il 15%, rispetto agli Stati Uniti, dove rappresenta circa il 10%.

Al di là di quale dovrebbe essere, in teoria, l’impatto economico, gli indici PMI, che misurano l’attività dei direttori degli acquisti, mostrano che l’economia europea si sta indebolendo più di quella statunitense.

Alcuni PMI manifatturieri erano migliorati in modo un po’ sorprendente a marzo e aprile. Questo miglioramento è stato dovuto in parte all’allungamento dei tempi di consegna dei fornitori, un elemento che nel calcolo dell’indice viene interpretato positivamente perché può segnalare una domanda più forte. Tuttavia, le stime preliminari di maggio sono scese in territorio di contrazione per Germania e Francia, mentre negli Stati Uniti il PMI è migliorato (si veda il Grafico 2).

Il peggioramento del PMI dei servizi è stato immediato e più marcato, anche se in teoria l’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbe incidere meno sui servizi che sulla manifattura.

In Europa, i PMI sono calati in media di cinque punti e tutte le letture si collocano sotto quota 50, soglia che indica contrazione. Negli Stati Uniti, invece, il deterioramento è stato inferiore a due punti e i PMI restano in territorio espansivo.

Per gli investitori azionari, però, il giudice finale è il mercato stesso. E il giudizio del mercato è stato altrettanto severo. Dal 27 febbraio, le azioni europee hanno sottoperformato rispetto ai titoli value statunitensi. Per il confronto è stato utilizzato l’indice Russell 1000 Value invece dell’S&P 500, così da rendere il paragone più omogeneo in termini di composizione settoriale. L’S&P 500 ha fatto meglio del Russell 1000 Value, ma questo riflette soprattutto la recente sovraperformance globale dei titoli tecnologici, che hanno invece un peso limitato nell’indice MSCI Europe.

Nonostante il recupero dei mercati azionari dalla fine di marzo, il rendimento dell’MSCI Europe dall’inizio della guerra resta negativo, mentre il Russell 1000 Value è salito di oltre il 5% (si veda il Grafico 3).

La sottoperformance delle azioni europee non è una novità. Tuttavia, attribuirla alla guerra in Iran potrebbe essere fuorviante. Una spiegazione più plausibile va cercata nelle sfide strutturali che l’Europa deve affrontare e nel maggiore dinamismo che, secondo molti osservatori, caratterizza le aziende statunitensi.

Per gli investitori interessati a esporsi all’Europa, una strada potenzialmente più efficace potrebbe essere concentrarsi sui settori che possono beneficiare delle iniziative a sostegno della “autonomia strategica” europea. Questo progetto non riguarda soltanto le carenze nel settore della difesa, ma punta anche a rafforzare le capacità europee in ambiti come la sanità e la resilienza energetica.

L’opportunità di investimento appare chiara: gli investitori possono, di fatto, intercettare la spesa pubblica, poiché i finanziamenti destinati a sostenere queste iniziative vengono indirizzati principalmente alle imprese. Il principale elemento di rischio è rappresentato dal possibile aumento dei rendimenti dei titoli di Stato, soprattutto se il debito pubblico dovesse diventare la fonte principale della nuova spesa.

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