I principali beneficiari del boom degli investimenti legati all’intelligenza artificiale sono stati i produttori di hardware tecnologico e semiconduttori dei mercati emergenti, in particolare quelli della Corea del Sud.
Nel momento di massimo raggiunto quest’anno, un indice rappresentativo di questi titoli era salito di quasi il 120% dall’inizio del 2026. Nel caso della Corea, il rialzo aveva addirittura superato il 250%. La recente flessione del 15,6% ha ridotto il guadagno da inizio anno ad “appena” l’85%.
A cura di Daniel Morris, Chief Market Strategist
Finora, le ripercussioni sugli altri mercati sono state relativamente contenute. Nelle ultime settimane, i titoli statunitensi dell’hardware e dei semiconduttori hanno perso il 5,8%, ma restano comunque in rialzo del 36% dall’inizio dell’anno.
Anche le azioni delle società software americane si sono leggermente indebolite. A livello globale, però, i titoli non tecnologici hanno registrato modesti guadagni, nonostante l’aumento dei tassi d’interesse e il riaccendersi del conflitto in Medio Oriente (si veda Grafico 1).

Tutto ciò che sale prima o poi deve scendere?
Il forte calo dei titoli tecnologici dei mercati emergenti ha comprensibilmente alimentato il dubbio che la bolla dell’intelligenza artificiale stia iniziando a scoppiare. A nostro giudizio, tuttavia, la correzione è dovuta più a fattori tecnici di mercato che a un reale deterioramento dei fondamentali. Considerando il forte aumento sia dei prezzi azionari sia degli utili del settore, era ragionevole attendersi una volatilità superiore alla media.
Secondo i dati della Borsa coreana, gli investitori stranieri vendono azioni sudcoreane da febbraio. È probabile che queste operazioni siano state motivate dalla volontà di riequilibrare i portafogli e incassare parte dei profitti accumulati. I deflussi si sono intensificati a maggio e giugno, contribuendo alla svalutazione del won durante lo stesso periodo.
Gli investitori privati coreani, al contrario, si sono dimostrati disponibili ad acquistare i titoli ceduti dagli operatori stranieri. Nel frattempo, gli ETF domiciliati negli Stati Uniti hanno registrato afflussi per quasi tutto l’anno, con la sola eccezione di maggio. A luglio, i flussi in entrata hanno già superato quelli osservati in qualsiasi altro mese del 2026.
Uno dei fattori indicati come possibile causa dell’intensità del ribasso è la crescente popolarità degli ETF a leva.
Offrire agli investitori la possibilità di raddoppiare i guadagni (o le perdite) in un mercato che aveva già raddoppiato il proprio valore può comprensibilmente essere interpretato come un segnale di entusiasmo eccessivo, anche se non necessariamente irrazionale.
Questi fondi hanno riscosso un notevole successo: nel momento di massima espansione, il patrimonio gestito aveva raggiunto i 33 miliardi di dollari. Non è però evidente che siano stati proprio gli ETF a leva a provocare il cambiamento nel sentiment degli investitori.
Durante la fase di forte rialzo dei titoli, iniziata alla fine di marzo, i flussi diretti verso questi strumenti erano infatti negativi. Gli afflussi si sono concentrati soprattutto durante le correzioni del mercato, come quella di marzo successiva all’inizio della guerra con l’Iran e le due flessioni avvenute a giugno (si veda Grafico 2).
Il fatto che il mercato abbia continuato a scendere a luglio dimostra che i flussi verso questi fondi non determinano da soli la direzione delle quotazioni. Allo stesso tempo, però, indicano che molti investitori continuano a credere in una futura ripresa dei prezzi azionari.

Il principale rischio per il mercato sarebbe rappresentato da un segnale di rallentamento della spesa in conto capitale, o capex. In realtà, sembra stia accadendo esattamente il contrario. Il recente calo delle azioni Alphabet, successivo alla pubblicazione dei risultati trimestrali, è stato in parte determinato dai piani della società di aumentare ulteriormente gli investimenti, nonostante i risultati avessero superato le aspettative.
Non si osserva, inoltre, alcun peggioramento nelle previsioni degli analisti sugli utili. Dal picco raggiunto dal mercato alla fine di giugno, le stime sugli utili sono rimaste stabili. Il dato considera esclusivamente le previsioni modificate o confermate negli ultimi 30 giorni (si veda Grafico 3).
Alla luce degli annunci di maggiori investimenti da parte dei grandi operatori tecnologici e cloud, ci aspettiamo che le stime per il 2027 vengano nuovamente riviste al rialzo. L’impatto sulle previsioni per il 2026 potrebbe invece essere più limitato, a causa dei vincoli alla capacità produttiva.

Un altro possibile fattore alla base delle vendite è il livello delle valutazioni. Tuttavia, valutazioni elevate, da sole, raramente provocano una correzione del mercato in assenza di un ulteriore elemento scatenante.
Alla fine di giugno, quando il mercato aveva raggiunto il proprio massimo, il rapporto prezzo/utili prospettico dell’indice MSCI Emerging Markets Technology Hardware & Equipment era pari a 11,3 volte. La media di lungo periodo è di 13,9 volte. Questo significa che le valutazioni erano già inferiori alla media in prossimità del picco e oggi sono ancora più basse.
Per l’indice dei semiconduttori, il rapporto prezzo/utili era invece superiore alla media: 15,8 volte, rispetto a una media storica di 13,6. Oggi il multiplo è sceso a 14,2 volte, con uno z-score (cioè una misura della distanza dalla media storica espressa in deviazioni standard) di appena 0,3. Considerando le prospettive di crescita del settore, questi livelli non sembrano “eccessivi” e ancor meno possono essere definiti irrazionali.
Fonti dei dati: FactSet, BNP Paribas Asset Management; al 24 luglio 2026, salvo diversamente specificato. Le performance passate non vanno considerate indicative di rendimenti futuri.