Il conflitto in Iran è realmente finito? La risposta, almeno dal punto di vista dei mercati, dipende dall’indice che si prende in considerazione. A giudicare dai livelli degli indici azionari e dagli spread creditizi, la risposta sembrerebbe chiaramente sì.
A cura di Daniel Morris, Chief Market Strategist
Alla chiusura di giovedì 16 aprile, l’MSCI All Country World era dell’1% sopra il livello del 27 febbraio, cioè prima dell’inizio del recente conflitto. Gli spread della maggior parte degli indici investment grade e high yield negli Stati Uniti e in Europa risultano inferiori ai livelli precedenti alla guerra, con un’unica eccezione rappresentata dall’high yield paneuropeo. Anche il Dollar Index (DXY), che misura l’andamento del biglietto verde rispetto a un paniere di valute, mostra un dollaro soltanto dello 0,6% più forte rispetto all’inizio del conflitto, in calo dal picco del 3%.
Segnali opposti arrivano però dal petrolio e dai titoli di Stato. Il Brent si attesta infatti a 99 dollari al barile, ancora 28 dollari sopra i livelli di fine febbraio, mentre i rendimenti obbligazionari governativi non sono ancora tornati ai valori prebellici: i rendimenti del Treasury US decennale e del Bund tedesco a 10 anni restano entrambi superiori di 35 punti base.
La visione del nostro team multi-asset è in linea con quella espressa dai mercati azionari: siamo sovrappesati sul rischio. A nostro avviso, gli investitori che mantengono ancora un approccio risk-off potrebbero sfruttare l’occasione per alleggerirlo a prezzi più vantaggiosi, dato che la crisi in Medio Oriente difficilmente seguirà un percorso lineare. Non si può infatti escludere un fallimento dei negoziati e una ripresa delle ostilità.
Valore allineato
Il sell-off del 30 marzo potrebbe aver segnato il minimo post-bellico dei mercati azionari e, da allora, gli indici value (Russell 1000 Value, MSCI Europe, MSCI Japan e mercati emergenti esclusa la tecnologia) hanno registrato performance molto simili, con rendimenti compresi tra il 6,7% e il 7,2% nelle ultime due settimane. La ristrettezza di questo intervallo non sorprende, perché era già stata osservata in precedenza.
Diverso, invece, il comportamento dei titoli hardware statunitensi e dei mercati emergenti, il cui andamento è notevolmente cambiato. Durante la stagione degli utili del primo trimestre, diverse aziende tecnologiche hanno annunciato piani per aumentare in modo significativo la spesa in conto capitale, provocando un forte rialzo dei titoli hardware tecnologici e dei semiconduttori dei mercati emergenti, principali beneficiari di questa ondata di investimenti.
Al contrario, i titoli hardware statunitensi non ne hanno tratto vantaggio. Parallelamente, il lancio di nuovi strumenti di intelligenza artificiale ha alimentato timori sulle prospettive del comparto software a livello globale, e sia i titoli USA sia quelli dei mercati emergenti hanno subito un calo. Nelle ultime settimane, però, tutti gli indici hanno messo a segno un rimbalzo.
Grafico 1

Se il peso della guerra continuerà a ridursi come fattore guida per i mercati, saranno i risultati della imminente stagione degli utili del secondo trimestre a tornare in primo piano. Va ricordato che un altro elemento che ha penalizzato i titoli tecnologici statunitensi nell’ultimo trimestre è stato rappresentato da risultati deludenti rispetto ad attese molto elevate.
E quelle attese, con ogni probabilità, sono ancora più alte in questo trimestre, almeno per le società hardware dei mercati emergenti, spinte proprio dall’impennata della capex: gli utili sono previsti in aumento di oltre il doppio rispetto allo stesso trimestre di un anno fa. Per l’indice Nasdaq 100, invece, la crescita attesa è pari ad appena 23%. Resta da capire quanto gli investitori saranno disposti a tollerare eventuali risultati inferiori alle aspettative, in un contesto che potrebbe comunque restare caratterizzato da dati molto solidi.
Fonti dei dati: FactSet, BNP Paribas Asset Management, dati al 16 aprile 2026. Le performance passate non vanno considerate indicative di rendimenti futuri.