La stagione degli utili del secondo trimestre è iniziata con il piede sbagliato. Samsung Electronics ha previsto una crescita dell’utile operativo di quasi venti volte rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Eppure, dopo l’annuncio, il titolo ha perso quasi il 12%, perché le indicazioni fornite dall’azienda sono risultate inferiori alle aspettative del mercato. Da allora, le stime preliminari degli analisti sugli utili del 2026 sono state ridotte dell’8%.
A cura di Daniel Morris, Chief Market Strategist
La reazione del mercato mostra quanto siano elevate le aspettative degli investitori, soprattutto nei confronti delle aziende tecnologiche produttrici di hardware, che hanno beneficiato in misura particolarmente significativa dell’enorme aumento degli investimenti destinati alle tecnologie di intelligenza artificiale.
Nonostante questo avvio deludente, è comunque probabile che la stagione delle trimestrali si riveli molto positiva sul piano dei risultati effettivi. Oltre agli effetti indiretti degli investimenti nell’intelligenza artificiale, i dazi e la deregolamentazione hanno sostenuto gli utili delle imprese statunitensi. Per l’indice S&P 500 si prevede, in questo trimestre, una crescita degli utili del 24% (si veda il Grafico 1).
Non sorprende che siano soprattutto i titoli tecnologici a trainare questa crescita. Per il Nasdaq 100, ad esempio, è atteso un aumento dell’utile per azione del 40%.

Anche nel resto del mercato la crescita appare robusta. Gli utili dei titoli value dovrebbero aumentare del 15%. Ancora più impressionante è l’incremento superiore al 50% previsto per gli utili delle società a piccola capitalizzazione. Questo dato, tuttavia, è influenzato dall’elevato numero di aziende in perdita presenti nell’indice. È infatti discutibile considerare come vera e propria “crescita degli utili” il semplice fatto che una società registri una perdita inferiore rispetto a quella dell’anno precedente. Escludendo le aziende con utili negativi, il tasso di crescita del Russell 2000 scende al 6%. Se si considera il rapporto tra crescita dell’utile per azione e aumento dei prezzi di Borsa – che, a parità di valutazioni, dovrebbe essere all’incirca proporzionale – il vero tasso di crescita degli utili dell’indice si colloca probabilmente a metà strada tra questi due estremi.
Anche gli altri mercati sviluppati stanno ottenendo buoni risultati, sebbene i dati appaiano meno brillanti se confrontati con i tassi di crescita del settore tecnologico. Per l’Europa, una crescita degli utili del 14% rappresenta un risultato positivo, mentre anche il Giappone dovrebbe registrare un incremento a doppia cifra.
In cima alla classifica si trovano però i mercati emergenti, dove sono concentrate molte delle aziende di hardware tecnologico che hanno maggiormente beneficiato del boom del settore. In questi mercati gli utili complessivi dovrebbero aumentare del 66%, seppure con un ampio divario tra i leader tecnologici e il resto del listino.
Gli utili delle società emergenti attive nell’hardware tecnologico sono attesi in crescita di oltre il 250%. In Corea, l’incremento previsto è vicino a dieci volte. Escludendo il settore tecnologico, la crescita degli utili scende a un più contenuto 15% – un dato comunque rispettabile.
Vendite sui titoli tecnologici
Considerate le previsioni eccezionalmente elevate, non sorprende che qualsiasi delusione venga punita severamente dai mercati.
Il rischio che il settore tecnologico deluda gli investitori è più elevato proprio per la novità e la forza del fenomeno dell’intelligenza artificiale, oltre che per l’incertezza su come si evolverà il settore e su quali aziende emergeranno come vincitrici o sconfitte.
L’aspetto più importante, però, è che una volatilità superiore alla media intorno a queste stime non modifica quella che, a nostro giudizio, continua a essere una tendenza fortemente positiva. La revisione al ribasso delle stime sugli utili 2026 di Samsung Electronics, citata in precedenza, ha ridotto il tasso di crescita previsto per l’anno dal 590% al 535%.
Anche la correzione dei titoli tecnologici hardware dei mercati emergenti deve essere valutata nel contesto dell’eccezionale aumento dei prezzi registrato nel corso dell’anno. Al picco dell’indice, raggiunto il 22 giugno, i prezzi complessivi dei titoli tecnologici dei mercati emergenti erano aumentati del 120%. Questo rialzo rifletteva soprattutto la crescita degli utili descritta in precedenza, più che un aumento delle valutazioni. Anche dopo le recenti perdite, il rialzo da inizio anno rimane vicino al 90% (si veda il Grafico 2).

Nello stesso periodo è salito anche il resto del mercato: in misura contenuta per i titoli non tecnologici (+1,1%), e un po’ di più per le aziende tecnologiche non legate all’hardware. Questo andamento riflette un fenomeno che si osserva di tanto in tanto: ciò che favorisce le imprese che forniscono le infrastrutture necessarie all’IA può invece penalizzare le società che devono finanziarne l’acquisto. Questi rendimenti sembrano inoltre smentire l’idea secondo cui lo scoppio di un’eventuale “bolla” dell’intelligenza artificiale provocherebbe automaticamente un crollo generalizzato dei mercati azionari.
Il rischio Iran
Sullo sfondo rimangono i timori per una possibile ripresa del conflitto con l’Iran. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato conclusa la tregua, anche se i negoziati stanno proseguendo. Molti investitori speravano di potersi ormai lasciare alle spalle il conflitto, ma nell’ultima settimana i prezzi del petrolio sono tornati a salire.
La reazione è stata comunque più contenuta rispetto a quella osservata a marzo: il Brent è aumentato del 6%, contro il rialzo del 12% registrato dopo l’inizio delle ostilità. I successivi e molto più marcati aumenti del prezzo del petrolio osservati a marzo erano stati provocati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Oggi, invece, i rialzi sono più limitati, nonostante lo Stretto si stia di fatto nuovamente chiudendo.
Secondo alcuni osservatori, la reazione dei mercati sarebbe eccessivamente rilassata. Potrebbe però trattarsi, più semplicemente, di una valutazione maggiormente realistica degli effetti che un aumento temporaneo del petrolio potrebbe avere sull’economia.
L’impatto di medio periodo del precedente rialzo dei prezzi energetici sull’inflazione e sulla crescita dei mercati sviluppati sembra infatti essere stato limitato. Le previsioni più pessimistiche, secondo cui il petrolio sarebbe tornato solo lentamente ai livelli precedenti alla guerra, a causa dei danni alle infrastrutture del Golfo e dei ritardi nel transito delle navi attraverso lo Stretto, si sono rivelate eccessive.
Gli analisti del settore petrolifero sono tornati persino a parlare della possibilità di un eccesso di offerta nel corso del prossimo anno. L’ipotesi implicita del mercato sembra quindi essere la seguente: anche qualora lo Stretto di Hormuz dovesse chiudere di nuovo, una volta riaperto i prezzi del petrolio potrebbero tornare abbastanza rapidamente sui livelli di febbraio.
Fonti dei dati: FactSet, BNP Paribas Asset Management; al 9 luglio 2026, salvo diversamente specificato. Le performance passate non vanno considerate indicative di rendimenti futuri.