Come navigare l’incertezza per la crisi geopolitica in Medio Oriente e le sue ripercussioni sui mercati e sulle banche centrali? Stiamo andando verso una recessione?
Ancora una volta ci troviamo di fronte a una crisi geopolitica le cui possibili conseguenze sono imprevedibili. Gli investitori sono preoccupati per il prezzo del petrolio, che è salito a 100 USD al barile, e si chiedono quanto questa situazione durerà. “Se il prezzo del petrolio dovesse mantenersi alto per mesi, allora ci sarebbe uno shock economico, ma se dovesse rientrare nei prossimi giorni, lo shock dovrebbe essere temporaneo”, spiega Alessandro Tentori, CIO Europe di AXA IM Core (part of BNP Paribas Asset Management).
Impatto sull’economia
Tutto dipende dalla durata del conflitto. “Più si va avanti nel tempo ai livelli attuali del prezzo del petrolio e più si ha un effetto duraturo sugli indici d’inflazione”, continua Tentori. “In 10 giorni di aumento del prezzo del petrolio, questo effetto è quantificabile in un aumento dello 0.4% -0.5% a marzo rispetto a quanto sarebbe successo se non avessimo avuto questa crisi in Medio Oriente”. Ma se il conflitto si prolungasse per mesi, l’impatto sull’economia reale avrebbe altre dimensioni. “Al momento siamo di fronte a uno shock d’inflazione che non sta (ancora) avendo ripercussioni sul lato reale dell’economia – le avrà se dovesse essere uno shock più duraturo,” commenta Tentori.
Le stime sulla crescita USA
Prima dello scoppio del conflitto in Medio Oriente l’economia statunitense stava addirittura accelerando rispetto all’anno scorso. “Per il momento le stime di crescita e di inflazione da parte di analisti ed economisti non hanno subito una revisione significativa”, nota Tentori. I dati Bloomberg sul consenso non mostrano previsioni di una recessione e l’indicatore Nowcast della Fed di Atlanta è sceso solo leggermente, a causa di un raffreddamento del mercato di lavoro (vedi grafico).

Fonte: Bloomberg, 9 marzo 2026
Cosa faranno le banche centrali?
Un possibile aumento dell’inflazione, sia in Eurozona che negli Stati Uniti, preoccupa più della crescita. Anche in questo caso, l’incertezza della reazione monetaria sta nella durata dello shock. e nell’entità dei cosiddetti “effetti di secondo ordine”, secondo Tentori. Questi ultimi sono il vero rischio di uno shock da offerta. Basandoci sul modello della Banca centrale europea (Bce), l’inflazione in euro potrebbe risultare in media al 2,4% nell’anno in corso.
Come si muoveranno le banche centrali? “Immagino che i banchieri centrali ci proporranno una versione transitoria dello shock d’inflazone – cioe’ per il momento diranno che c’è stato uno shock e ci sarà un riflesso sull’inflazione mensile, molto probabilmente di marzo”, spiega Tentori. “Ad aprile probabilmente questo shock svanirà e quindi non si potrà più parlare di inflazione duratura. Di conseguenza, non ci sarebbe la necessità di un adeguamento dei tassi allo schock sull’inflazione.”

Fonte: ECB (2025), Eurosystem Staff Economic Projections for the Euro Area, dicembre 2025
Shock energetico, le differenze con gli anni ‘70
Con questo shock petrolifero torna d’attualità il temuto grafico che potrebbe indicare un’accelerazione dell’inflazione nei prossimi mesi e arrivare a un picco simile a quello avuto nel 2022. Ma ci sono differenze con gli anni ‘70, spiega Tentori, a cominciare dalla durata dello shock attuale, che per il momento sembra essere temporaneo. Poi ci sono differenze di politica monetaria. Negli anni ’70 gli USA avevano una politica “stop-and-go” che “tentava di barcamenarsi tra l’inflazione da offerta, le aspettative d’inflazione, e la politica fiscale di Jimmy Carter e che non faceva che aumentare l’incertezza dei mercati”. Quindi secondo Tentori oggi non siamo nella stessa situazione degli anni ’70. Siamo in una fase di politica monetaria dove, ancorando le aspettative di medio periodo al target d’inflazione, i banchieri centrali riescono “a contenere le aspettative d’inflazione entro un corridoio molto stretto”.

Fonte: Bloomberg, 9 marzo 2026
Il dollaro si rafforza con la guerra
Questa volta il dollaro si sta apprezzando rispetto alle altre valute, al contario di quanto abbiamo visto dopo gli annunci sui dazi a inizio 2026, quando molti puntavano sul declino del biglietto verde. Il differenziale di tasso è un driver di performance importante per le valute e bisogna fare attenzione al posizionamento.

Fonte: Bloomberg, 9 marzo 2026
Flussi, posizionamento e sentiment del mercato
L’equity statunitense rispetto agli ultimi cinque anni (e rispetto alla seconda parte del 2025) sta vivendo un livello basso di acquisti, mentre per il fixed income continuano gli acquisti sulla parte breve della curva e una leggera accelerazione sugli inflation-linked.

Fonte: Bloomberg, 9 marzo 2026
Aspettative sui tassi e riflettori puntati sui meeting delle banche centrali
Sta cambiando la traiettoria prevista dai mercati sui tagli delle banche centrali (si prevedono per Fed e Bce meno tagli, addirittura il mercato scommette su rialzi della Bce). “Il mercato ha quindi subito attribuito la gestione del rischio d’inflazione alle banche centrali, che avevano già portato la politica monetaria a una fase neutrale”, riflette Tentori.
Questa settimana i riflettori sono puntati sulle banche centrali e gli investitori cercheranno di capire come intendono gestire questo rischio.